Per impedire le frodi legate alla ripetizione dell’esame nazionale per l’accesso ai corsi di medicina, il governo indiano ha sospeso l’accesso alla piattaforma anche agli utenti completamente estranei ai fatti. Il caso mostra il passaggio dalla repressione di condotte determinate alla compressione preventiva e generalizzata delle comunicazioni: una logica che offre una chiave di lettura anche per le controverse iniziative europee sul controllo dei contenuti e per i nuovi protocolli britannici di gestione delle crisi online di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su Italian Tech
Un blocco generale contro frodi specifiche
Le autorità indiane hanno disposto il blocco di Telegram fino al 22 giugno 2026 e la disattivazione, fino al 30 giugno, della possibilità di modificare messaggi già pubblicati conservando la marcatura temporale originaria. Questo, per prevenire la commissione di frodi a danno degli studenti che dovranno sostenere nuovamente il NEET (National Eligibility Entrance Test – Undergraduate), l’esame nazionale per l’accesso ai corsi di medicina, dopo l’annullamento della prova precedente.
La decisione ha suscitato le prevedibili (e interessate) reazioni da parte di Pavel Durov, CEO di Telegram, che ha lamentato una lesione dei diritti degli utenti incolpevoli e il fatto che la misura fosse inutile. Parallelamente, le ONG attive nel settore dei diritti civili hanno denunciato un attacco alla libertà di espressione.
Non è la prima volta che gli esecutivi adottano provvedimenti del genere: lo scorso dicembre 2025 la Russia ha bloccato FaceTime e Snapchat, la Cina ha chiesto la rimozione dallo store di Apple di WhatsApp, Threads, Telegram e Signal e se ci spostiamo dalla messaggistica ai social network, come non parlare del fatto che Meta ha riferito di essere stata oggetto, all’epoca del COVID, di pressioni dell’amministrazione USA per censurare determinati contenuti e del fatto che il regolamento sui servizi digitali adottato dalla UE legalizza, sostanzialmente, la privatizzazione della censura?
Dalla sicurezza nazionale all’ordine pubblico
Da questo punto di vista, dunque, l’iniziativa indiana non dovrebbe fare poi tanto rumore. Tuttavia, quello che rende diverso questo blocco è la motivazione, così come dichiarata dalla National Testing Agency indiana: la protezione dell’ordine pubblico.
Quando, come è accaduto nel passato recente, i blocchi di vario tipo vengono disposti in nome della “sicurezza nazionale” è chiaro che la cosa era stata fatta nell’ambito di contese geopolitiche e che le giustificazioni formali dichiarate dagli esecutivi “coprivano” poco più della tradizionale foglia di fico. Se, invece, si invoca l’ordine pubblico, le cose sono molto diverse perché si tratta di un intervento sulle libertà dei cittadini che per qualche tempo non potranno nemmeno modificare i messaggi che si sono scambiati in modo da consentire eventuali accertamenti di polizia.
Il costo collettivo della prevenzione
Siamo di fronte, per dirla in modo netto, alla socializzazione del costo della prevenzione, ed è proprio questo il fatto nuovo che caratterizza la vicenda indiana: se le piattaforme non “collaborano” e le misure adottate fino ad un certo punto non sono sufficienti, allora non si può andare troppo per il sottile: tutti ci vanno di mezzo a prescindere dal fatto di avere o meno un qualche ruolo nella vicenda.
A stretto rigore non siamo di fronte a una sanzione collettiva in senso giuridico, ma nei fatti la decisione indiana ne riproduce gli effetti materiali, cioè la compressione generalizzata dei diritti di persone estranee a qualsiasi attività illecita. Un po’ come sta facendo la Commissione europea con il “regolamento CSAM” quello che vuole imporre il client side scanning (la perquisizione automatizzata, preventiva e permanente di uno smartdevice alla ricerca di contenuti illeciti prima che vengano inviati), che anche Apple aveva inizialmente proposto di attivare in relazione ai contenuti destinati a iCloud Photos, e che trasforma ogni utente in un sospettato perpetuo.
Dal blocco temporaneo al controllo sistematico
Il tema, dunque, diventa che mentre per quanto contestabile, il provvedimento indiano è, almeno, temporaneo, se il regolamento europeo CSAM fosse approvato nella formulazione proposta, verrebbe fissato un paletto che non potrà essere divelto ma che potrà essere spostato a piacere. Prima le misure invasive riguarderanno solo i minori, poi il terrorismo, poi il diritto d’autore, poi le diffamazioni, e alla via così, fino alle semplici opinioni “fuori dal coro”.
La censura entra nei protocolli di crisi
Non è difficile ipotizzare che accadrà per il client side scanning quello che già è accaduto e sta accadendo per la comunicazione online, non solo nell’Unione europea. Lo scorso 9 giugno 2026, infatti, l’autorità britannica per le comunicazioni ha diffuso il testo di un piano per l’adozione di misure di ricerca e blocco di contenuti illegali e, ovviamente, dannosi per i minori che gli operatori devono attuare in caso di emergenza, anche in questo caso, per ragioni di ordine pubblico. Per ora non sono ancora imposti —ed è questo il punto cruciale— nuovi obblighi ma “soltanto” raccomandazioni di potenziare le ricerche per parola chiave e altri metodi per rendere più efficiente la moderazione cioè, per usare il nome proprio delle cose, la censura.
Chi controlla la linea di confine?
Per essere intellettualmente onesti bisogna ammettere che in determinati casi misure eccezionali o invasive sono l’unica opzione praticabile nell’immediato. Questo però non giustifica soluzioni sommarie e poco trasparenti, adottate in nome di generici “allarmi” e senza che ci sia una reale possibilità di capire le motivazioni di certe scelte.
La partita fra sicurezza e diritti, dunque, si gioca sul campo della visibilità delle motivazioni che basano le scelte di sicurezza, perché se in campo manca l’illuminazione, diventa troppo forte la tentazione di toccare la palla con le mani, o fare di peggio.
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