La crisi fra Italia e USA riporta al centro del dibattito l’autonomia tecnologica

Dagli executive order al cloud, la tensione con gli Stati Uniti mostra la fragilità di un Paese che ha delegato all’estero una parte essenziale della propria vita digitale di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su Italian Tech – La Repubblica

Un aspetto collaterale, ma non meno importante, dell’attuale stato delle relazioni fra Italia e USA riguarda la possibilità dell’impiego dell’executive order — un provvedimento del presidente USA che ha “forza di legge” e non passa dal Congresso — come strumento di pressione geopolitica. Dunque, in assenza di una de-escalation, non si può escludere che l’amministrazione Trump possa decidere di adottare misure formali, fino al punto di disporre il divieto di fornire servizi e prodotti digitali all’Italia.

Quando le sanzioni arrivano ai servizi digitali

Il fatto in sé non sarebbe un fulmine a ciel sereno. Già nel 2019 l’allora presidente USA adottò l’executive order 13884 che vietò alle aziende americane di intrattenere rapporti con il Venezuela e condusse Adobe a bloccare l’accesso ai servizi Creative Cloud (salvo poi riattivarli una volta ottenuta una licenza governativa); mentre più di recente, il 6 febbraio 2025, ricostruzioni giornalistiche hanno affermato che in esecuzione di un altro executive order che imponeva sanzioni alla Corte penale internazionaleMicrosoft avrebbe disabilitato selettivamente l’account del procuratore Karim Khan, per via di quelle che gli USA considerano indagini non consentite sull’operato del personale USA.

Un evento improbabile, ma possibile

È altamente improbabile che si arrivi a emanare un provvedimento del genere nei confronti dell’Italia o di singoli soggetti italiani ma, considerati i precedenti specifici delle strategie dell’amministrazione Trump, questo è pur sempre nel novero del possibile.
Dunque, il fatto che non si sia ancora arrivati al punto anche solo di ventilare l’ipotesi del blocco totale o parziale dei servizi digitali made in USA non significa che sia possibile continuare a ignorare non solo i rischi di lungo periodo, ma anche quelli immediati di un sistema industriale, economico e giuridico che mantiene un controllo sostanziale sull’Italia (e, per essere chiari, la situazione non sarebbe troppo diversa se al posto degli USA ci fosse, per esempio e pur con tutte le differenze del caso, la Cina).

Una dipendenza costruita per gradi

Come la rana bollita (metafora fattualmente sbagliata ma concettualmente efficace) prima abbiamo accettato che “in nome del diritto d’autore” la UE imponesse l’uso dei sistemi di Digital Right Management — sistemi che bloccano il funzionamento di un software o impediscono la fruizione di un contenuto — installati in CD, DVD e lettori; poi abbiamo accettato che questo venisse reso possibile spostando il controllo sui computer e poi sugli smartphone; poi ancora abbiamo subito passivamente la scelta di Big Tech di consentire il funzionamento di un (costoso) apparato solo dopo avere attivato un account sui loro sistemi e poi, infine, abbiamo preso per buono il fatto che la migrazione verso il cloud sia un destino tanto desiderabile quanto inevitabile. Il risultato è che, salvo chi utilizza sistemi operativi come Linux e servizi basati su piattaforme libere, abbiamo sottoposto le nostre infrastrutture a un controllo totalizzante di potenze politiche e industriali straniere.

Può esistere un’IA sovrana?

La situazione non è diversa nel settore dell’IA dove, tanto per fare un esempio, anche modelli “italiani” come Colosseum 355B di Domynsono basati su hardware, ma soprattutto su infrastruttura software di NVIDIA. Sicuramente il “continued pretraining” di iGenius è un’attività impegnativa e costosa, ma ha poco o niente a che vedere con la costruzione da zero di un’IA realmente sovrana, basata su dataset e algoritmi quantomeno open source, inattaccabile politicamente tramite ordini esecutivi o leggi ad hoc (vedi il caso TikTok), giuridicamente non controllabile usando brevetti e copyright, e tecnologicamente autonoma, non dovendo subire le scelte di quali prodotti e conoscenze vengono messi a disposizione del nostro Paese.
Si può discutere del fatto che non ha senso reinventare la ruota e che conviene, per esempio, usare dataset e modelli già esistenti per personalizzarli, o che il ricorso alle tecnologie americane è l’unica strada possibile. Ma allora si dovrebbe anche dimostrare, quantomeno, che tutti i dati utilizzati per l’addestramento del modello originario siano di provenienza legale (vedi per esempio il caso Anthropic) e che tutti i criteri utilizzati per lo scopo siano rispettosi dei principi di neutralità, non discriminazione e di tutti gli altri criteri che fanno parte della narrativa UE sull’intelligenza artificiale. Insomma, non è così facile coniugare i termini IA e sovranità nazionale se non si controlla l’intera filiera tecnologica ma soprattutto se non si controllano le dinamiche del mercato dell’alta tecnologia.

Un problema che non si risolve da soli

Ora, è chiaro che una situazione del genere non potrebbe essere affrontata a livello di singolo Stato nazionale, anche se formalmente le autorità antitrust avrebbero già il potere di entrare nel merito dell’ammissibilità o meno di determinate pratiche commerciali o industriali; come è chiaro, di conseguenza, che il problema dovrebbe essere affrontato in modo unitario dall’Unione Europea. Ma in attesa che la UE definisca la propria strategia per la sovranità digitale c’è da chiedersi cosa stia aspettando per applicare i regolamenti sui servizi e sui mercati digitali; perché si potrebbe, almeno, prendere di petto il modo in cui determinati modelli industriali stanno condizionando il funzionamento degli Stati membri e i diritti dei loro cittadini.

La lunga catena della schiavitù elettronica

Il tema della dipendenza tecnologica non è certo nuovo.

Nel 1999, al Forum per la società dell’informazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri che si svolse nell’Università di Tor Vergata, qualcuno parlò della necessità che le istituzioni liberassero l’Italia dalla schiavitù elettronica.
Sono passati ventisette anni e stiamo ancora parlando degli stessi temi, ma in condizioni tali da ridurre fortemente spazi di intervento che, allora, erano molto più ampi, se solo chi era al vertice del Paese si fosse reso conto di avere la possibilità di scrivere la storia tecnologica dell’Italia, invece di lasciare questo compito a qualcun altro.

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