Perché lo stop degli Usa ai robot cinesi riguarda anche l’Europa

Con l’inserimento dei nuovi power inverter connessi e dei dispositivi robotici avanzati prodotti all’estero nella Covered List, Washington trasforma la dipendenza tecnologica in una questione di sicurezza nazionale. Applicato con coerenza, lo stesso criterio obbliga l’Unione europea a interrogarsi sul controllo statunitense delle piattaforme e degli account dai quali dipendono amministrazioni, servizi e infrastrutture di Andrea Monti – Inzialmente pubblicato su Italian Tech – La Repubblica

Il 28 luglio 2026 la Federal Communications Commission americana ha inserito i nuovi modelli di power inverter — i componenti elettronici che convertono la corrente continua in alternata — e robot stranieri nella lista dei prodotti che non è possibile acquistare in USA.

Il bando non è generalizzato perché è possibile essere esclusi dal divieto grazie al sistema del “conditional approval”, in base al quale ministero della guerra o quello della sicurezza interna hanno il potere di decidere se uno specifico apparato ponga rischi inaccettabili per la sicurezza nazionale.

Le ragioni del divieto

Le ragioni di questa scelta sono dichiarate senza mezzi termini. Per quanto riguarda gli inverter, si legge nel documento, il controllo da remoto di questi apparati è una vulnerabilità che “potrebbe consentire ad aziende straniere di disattivare gli inverter o di utilizzarli per raccogliere e sottrarre dati, facilitare l’accesso remoto e la sorveglianza da parte di attori governativi stranieri, oppure essere sfruttato in altro modo attraverso un attacco informatico”; mentre a proposito dei robot la FCC ritiene che “Le funzionalità di rete dei sistemi robotici avanzati creano numerose vulnerabilità e vettori di attacco in grado di manipolare i dati e il funzionamento fisico di tali sistemi. Affidarsi a dispositivi robotici avanzati di produzione estera comporta vulnerabilità inaccettabili a livello di catena di approvvigionamento e di sicurezza informatica… I dispositivi robotici avanzati raccolgono dati che potrebbero essere sfruttati da soggetti malintenzionati per sorvegliare i cittadini statunitensi, potenziare le capacità dei servizi di intelligence stranieri o assumere il controllo remoto dei robot.”

Dalla vulnerabilità tecnica alla dipendenza strategica

Per capire cosa abbia spinto la FCC a compiere una mossa del genere è necessario osservare il modo in cui l’ente utilizza la parola “vulnerabilità”.

Tradizionalmente, nel setttore tecnologico, il concetto di vulnerabilità è associato a difetti di progettazione, di realizzazione o di utilizzo che affliggono prodotti e software (differenza, peraltro, che sta diventando sempre più sottile). Dunque qualcosa è “vulnerabile” se, funzionando male, causa danni o se qualcuno riesce a sfruttare questi difetti per commettere atti illeciti.

Al contrario, la vulnerabilità di cui parla la FCC non riguarda il rischio che un inverter possa funzionare male o che un robot possa andare fuori controllo per un difetto dei programmi che lo controllano. Anzi, la preoccupazione è fondata su motivi diametralmente opposti: proprio perché queste tecnologie funzionano bene e sono controllabili da altri Paesi, la loro diffusione può minare alle fondamenta settori strategici del sistema economico-industriale USA.

Dunque, volendo riassumere in una frase i termini della questione, la vulnerabilità inaccettabile individuata dalla FCC è la perdita di autonomia.

Sicurezza nazionale e dipendenza economica

Il problema non è certo di facile soluzione perché, come è emerso chiaramente dal dossier sui dazi, l’intreccio di relazioni industriali, finanziarie e politiche fra USA e Cina non consente a nessuno dei due di assumere posizioni rigide o causare tensioni eccessive. È realistico pensare, quindi, che almeno sul breve periodo il pendolo continuerà ad oscillare fra ritorsioni e concessioni reciproche.

Rimane, tuttavia, fermo il fatto che le preoccupazioni espresse dalle autorità USA sono del tutto fondate, ragionevoli ed evidenti.

Chi potrebbe accettare, e fino a che punto, che il funzionamento di un comparto critico, quale certamente è quello dell’energia, sia condizionato da componentistica e materiali provenienti da Paesi “non-amici”? E chi mai potrebbe consentire che questi componenti possano essere gestiti da remoto, da luoghi diversi dagli USA e da soggetti che non hanno al vertice delle proprie preoccupazioni gli interessi americani?

L’inerte strategia della UE

Ma se questo è vero —e lo è— allora come dovremmo comportarci se in questa equazione sostituiamo USA con UE e Cina con USA?

In altri termini se vale la definizione di vulnerabilità adottata dalla FCC, per coerenza dovremmo chiederci come possiamo accettare che parti sempre più estese della struttura amministrativa della UE e dei singoli Stati membri funzionino solo —per riprendere le frasi della FCC— tramite software che “raccolgono dati che potrebbero essere sfruttati da soggetti malintenzionati per sorvegliare i cittadini …, potenziare le capacità dei servizi di intelligence stranieri o assumere il controllo remoto” di sistemi e infrastrutture.

A prescindere da considerazioni di merito, la strategia dell’attuale amministrazione USA è chiaramente basata sulla veneranda ma ancora attuale ed efficiente Machtpolitik di prussiana memoria. Dunque non è possibile escludere in radice che, per esempio, come reazione all’attivismo sanzionatorio delle autorità nazionali e della Commissione europea, oltre a dazi e ad altre forme di ritorsione, gli USA non decidano, anche solo a scopo dimostrativo, di ordinare a Big Tech la sospensione degli account che consentono alle varie istituzioni l’uso dei servizi di piattaforma.

L’account come strumento di sovranità

Dunque, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la decisione della FCC ricorda pur involontariamente alla UE l’errore più clamoroso che ha compromesso la sua possibilità di raggiungere una reale autonomia tecnologica: avere accettato che l’intero ecosistema tecnologico si basi sul concetto di “account”, cioè, ripetendo fino alla nausea i concetti espressi dalla FCC, su di un sistema che consente a Paesi stranieri il controllo remoto, l’acquisizione di dati su chi utilizza apparati e sistemi e la possibilità di impedirne il funzionamento.

Poco importa, in un contesto del genere, che si tratti di Cina o USA o di chiunque altro.

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