Il dibattito sull’intelligenza artificiale continua a essere impostato su una domanda sbagliata: chi ha il modello migliore? È una questione utile per il mercato, per gli investitori e per la comunicazione aziendale, ma non basta per comprendere la dimensione geopolitica della competizione fra USA e Cina di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su Formiche.net
La notizia dell’ordine con il quale il Department of Commerce USA ha imposto il divieto di messa a disposizione di soggetti non americani degli ultimi due modelli di IA di Anthropic offre l’occasione per analizzare nel suo complesso la strategia statunitense.
Questa appare basata su un presupposto essenziale: il controllo della filiera, dalle tecnologie al mercato, che fa esistere i sistemi di IA. Di conseguenza, il confronto con le strategie avversarie si articola essenzialmente negando ai concorrenti la disponibilità di tecnologie e infrastrutture di punta, limitando la possibilità per altri (gruppi di) Paesi di sviluppare capacità tecnologiche autonome e costringendo il mercato non USA ad operare all’interno dei propri sistemi e del proprio perimetro tecnologico.
La declinazione tattica di queste linee strategiche si traduce, verso la Cina e la UE, in divieti di esportazione di tecnologie (è il caso delle GPU NVIDIA in Cina), esclusione dall’accesso a servizi (appunto, l’esclusione dei soggetti non USA dall’utilizzo dei due modelli di punta di Anthropic), e confinando i partner nel ruolo di utenti, tramite la diffusione ad ogni livello dei servizi USA in modo da rendere antieconomico lo sviluppo di capacità autonome e sovrane di IA.
Lo strumento che attua queste tattiche è Big Tech che è una parte fondamentale dell’apparato operativo del potere tecnologico americano. Cloud, processori, modelli fondazionali, servizi di IA, piattaforme di sviluppo e strumenti di cybersicurezza sono gli strati attraverso i quali gli Stati Uniti rendono governi, università e imprese straniere dipendenti dalle decisioni americane. In questo modo la sovranità formale resta intatta, ma l’autonomia operativa viene compromessa.
I sei elementi della strategia USA
Il perseguimento di questi obiettivi sembra articolarsi in sei elementi.
Il primo è il controllo degli anelli più importanti della catena produttiva dell’IA e la loro assimilazione di fatto in equivalenti dei defense contractor —aziende formalmente private ma strutturalmente integrate nella macchina amministrativa USA. Big Tech, pur con qualche eccezione e un po’ di riottosità, ha il compito di limitare le possibilità di sviluppo di una sovranità digitale autonoma dei Paesi partner e di quelli non-amici.
Il secondo elemento è la pressione sulla Cina. Washington ha già utilizzato restrizioni all’esportazione, divieti tecnologici e controlli sui beni dual use per limitare l’accesso cinese ai chip avanzati e alle capacità produttive necessarie per competere. Tuttavia, questa politica ha prodotto un risultato ambiguo. Ha certamente rallentato Pechino in alcuni settori, ma ha anche accelerato la costruzione di filiere interne. Dal punto di vista americano, la strategia più efficace non è il decoupling assoluto, ma l’interdipendenza controllata: negare a Pechino le risorse che le consentirebbero di raggiungere la parità strategica, ma conservare sufficienti leve per mantenerla esposta alla pressione americana.
Il terzo elemento della strategia americana è il mercato dei cervelli. Nell’IA le persone contano almeno quanto le infrastrutture, il che trasforma il capitale umano in asset geopolitici e gli Stati Uniti possono attrarre questi asset meglio di chiunque altro. Il bacino naturale per l’approvvigionamento di talenti è senz’altro l’Europa, alla quale sottrarre ricercatori eccellenti che però non hanno la disponibilità di infrastrutture come quelle americane. La Cina non è (ancora) un mercato da considerare per le startup occidentali, ma l’attrattività accademica per i ricercatori europei comincia ad essere significativa.
Il che conduce al quarto elemento della strategia USA: la creazione e il mantenimento della subordinazione europea. L’Unione europea regola tecnologie sviluppate altrove, utilizza piattaforme straniere, dipende da infrastrutture cloud non europee e non dispone di una capacità autonoma di IA per la difesa paragonabile a quella americana. In altri termini, la UE è un regolatore senza infrastrutture che può imporre norme, ma non può esercitare potere. Direttive e regolamenti servono a poco se imprese, università e pubbliche amministrazioni hanno bisogno di calcolo americano, cybersecurity americana, processori americani e modelli americani. La realtà di fatto è che l’Europa non è un polo dell’IA, ma una riserva di caccia per Big Tech e tale, nella visione USA, deve rimanere.
Il quinto elemento è lo sfruttamento dell’effetto boomerang di regolamenti e direttive contro la UE stessa. Da tempo le norme unionali hanno cambiato ruolo e da strumento per l’armonizzazione degli ordinamenti interni degli Stati membri sono diventate parte dell’arsenale geopolitico di un soggetto che non ha una reale autonomia e sovranità. Questo scollegamento fra la UE e gli interessi degli Stati che hanno già investito strategicamente e in concreto sull’IA consente agli USA di stare alla finestra e aspettare che si consumino le inevitabili fratture.
Il sesto elemento è quello della dimensione militare, che l’Europa continua a trattare con ambiguità. In termini strategici, una tecnologia che non può essere utilizzata per deterrenza, intelligence, sorveglianza, operazioni cyber, pianificazione militare e difesa non genera forza né consente di usarla come deterrente. Gli Stati Uniti lo hanno capito e integrano l’IA nella sicurezza nazionale e nella difesa. Non così l’Europa che, nella migliore delle ipotesi, riceverà soltanto le versioni che Washington deciderà di mettere a disposizione.
La reazione cinese
L’analisi delle strategie cinesi suggerisce che Pechino stia reagendo alle politiche USA cercando di spostare la competizione in un campo dove è lei a dettare le regole, sfruttando le rigidità autoindotte nel sistema americano. Questa strategia può essere riassunta nel concetto di autonomia senza isolamento. Pechino può accettare l’interazione quando è utile, ma rifiuta la dipendenza quando diventa vulnerabilità strategica.
L’IA USA, infatti, è basata sul gigantismo: si fonda su enormi data center, enormi consumi energetici, GPU di fascia alta e concentrazione della capacità di calcolo in strutture sempre più grandi. Ma gli USA non possono continuare a crescere all’infinito e dovranno presto o tardi accettare che al crescere dell’infrastruttura non corrisponde un incremento proporzionale o più che proporzionale delle prestazioni. In altri termini, presto o tardi la curva delle prestazioni di sistemi sempre più grandi si appiattisce e ogni incremento di capacità costerà più di quanto rende.
Probabilmente consapevole di questa criticità strutturale, la risposta cinese consiste dunque nel rendere l’infrastruttura più piccola, più economica, più distribuita e meno dipendente dall’hardware controllato dall’Occidente. Per questo l’IA frugale, i modelli ottimizzati, i processori nazionali, le architetture analogiche e la robotica sono opzioni tecniche, ma organizzate in funzione geopolitica. Riducendo la centralità dell’hardware americano, Pechino si sottrae, almeno parzialmente, alla logica del contenimento costruita da Washington.
Il vicolo cieco europeo
Valutare la risposta europea è più difficile, perché l’Europa non ha ancora deciso quale ruolo vuole interpretare. Questa indecisione emerge chiaramente dal modo in cui la UE confonde strategia e regolazione, pensando hegelianamente che l’emanazione di una norma astratta possa avere una funzione strategica a prescindere dal confronto con la realtà. Ma la realtà dice che dotarsi (posto che sia ancora possibile) di calcolo sovrano, dataset europei, modelli fondazionali, strumenti di cybersicurezza, piattaforme di deployment e IA specifica per la difesa richiede un livello di integrazione politica, economica e tecnologica che la UE non è in grado di raggiungere.
La UE potrebbe avere la tentazione di guardare a Oriente per uscire dalla paralisi nella quale si è autoridotta. Tuttavia, a prescindere dal fatto che gli USA non lo consentirebbero, senza un progetto strategico chiaro che non sia, semplicemente “finanziare l’IA”, l’effetto di una scelta del genere sarebbe soltanto quello di sostituire una subordinazione con un’altra subordinazione.
Conclusioni
Volendo sintetizzare all’estremo le posizioni geopolitiche dei tre attori, gli Stati Uniti possono mantenere il proprio vantaggio se l’autonomia cinese rimane incompleta e la sovranità europea resta retorica. La Cina può accorciare le distanze costruendo una sfera tecnologica alternativa. L’Europa può ritagliarsi un ruolo di primo piano soltanto smettendo di essere un mercato da colonizzare e diventando una potenza.
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