Se il digitale uccide il suono di una chitarra, la sua forma vale ancora qualcosa?

La causa fra Thomann e Fender sulla forma della Stratocaster è una delle tante conseguenze negative della virtualizzazione della realtà causata dalla filosofia dell’everything digital di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su Italian Tech – La Repubblca

Il 22 giugno 2026 Thomann, il più grande negozio di musica d’Europa, ha annunciato l’avvio di un’azione legale contro Fender Musical Instrument Corporation, il produttore americano di chitarre elettriche come la Stratocaster e la Telecaster utilizzate dai più grandi musicisti della storia come Jimi Hendrix, Ritchie Blackmore, Mark Knopfler, Prince, Eric Clapton e Bruce Springsteen.

Il merito della controversia sembra lontano anni luce dal mondo della tecnologia: Fender ha avviato un’azione legale contro un fabbricante cinese che esportava in Germania strumenti con la stessa forma della Stratocaster.  Il 22 dicembre 2025 un tribunale tedesco ha dato ragione a Fender (ma in assenza della controparte, e dunque senza contraddittorio) che, forte del verdetto, ha inviato svariate diffide ad altri soggetti, incluso Thomann.

Quest’ultimo, dal canto suo, ha deciso di agire in anticipo a tutela del proprio marchio Harley Benton che comprende anche delle chitarre che hanno la forma delle Fender, sul presupposto che le caratteristiche della Stratocaster siano sostanzialmente in pubblico dominio e dunque riutilizzabili, come accade da decenni non nel mercato della contraffazione ma in quello di serie aziende che producono strumenti di ottima qualità che si ispirano al marchio americano e che ne hanno migliorato le caratteristiche.

Questa è certamente una controversia giuridica di design industriale ma in realtà ha un significato più profondo, che trascende la vicenda particolare e impone di riflettere in modo più esteso su come il digitale sta cambiando il modo in cui sperimentiamo il mondo.

Perché proteggere la forma e non il suono

Astraiamoci dal caso, e proviamo a chiederci perché Fender potrebbe aver deciso di tutelare la forma della chitarra non in quanto risultato efficiente di un processo ingegneristico ma nella sua componente estetica visto che, tutto sommato, è la cosa che interessa meno a un musicista. In una chitarra, infatti, l’estetica è importante, ma ciò che conta è innanzitutto come “sta in mano” e come suona — ancora una volta, il “come è fatta”. Tanto è vero che attività come il cambio dei pickup, la sostituzione del ponte, lo scavo della tastiera e la sostituzione del manico sono all’ordine del giorno proprio per ottenere il custom tone — il suono personalizzato — o imitare quello di qualche famoso musicista.

È ancora nel suono il valore di uno strumento?

E allora perché non tentare di rivendicare la proprietà intellettuale sul suono dei single coil della Stratocaster che, peraltro, sono quelli che contribuiscono a definirne l’identità acustica?

Primo, perché il suono, in quanto tale, è difficile da proteggere giuridicamente specie in una chitarra elettrica, dato che gli amplificatori giocano un ruolo fondamentale nel risultato complessivo.

Uno, cento, mille strumenti e nessuno di questi

Poi, perché la modellazione delle risposte acustiche di chitarre e amplificatori consente di riprodurre digitalmente qualsiasi accoppiata (leggere, per credere, quello che la Line 6 Variax 600 era in grado di emulare già diversi anni fa). Quindi si giustifica sempre meno la spesa per una Stratocaster quando con molto meno si può acquistare una replica che non solo è costruita bene, ma grazie anche ai simulatori digitali suona praticamente allo stesso modo.

Questo è un passaggio importante del ragionamento.  Parafrasando il titolo dello storico pezzo dei The Buggles, si può dire che digital killed the guitar sound — il digitale ha ucciso il suono della chitarra. Il che fa tornare alla mente la scena descritta mirabilmente da Crush! lo spot di Apple diffuso nel 2024 per pubblicizzare un iPad Pro. Senza rendersi conto di quello che avevano fatto, i creativi di Apple rappresentarono una enorme pressa che schiacciava, letteralmente, tutto quello che di analogico fa parte della nostra vita: un giradischi, dei colori, un metronomo, un pianoforte, obiettivi fotografici, trasformati in un iPad, presentato come l’unico strumento digitale di cui abbiamo — avremmo — bisogno.

Senza suono, la forma è vuota

Allo stesso modo, la digitalizzazione ha soffocato la voce degli strumenti musicali e li ha resi fungibili, se non addirittura indistinguibili, perché ha spostato il loro valore dal suono che consentono di produrre a una forma vuota.

A differenza delle creazioni immortali di Bruno Munari, infatti, la forma dello strumento non è più funzionale rispetto allo scopo originale — produrre un suono distintivo — ma conta soltanto per la creazione di valore economico tramite l’estetica dell’oggetto.

Riprendere la relazione con la realtà

Questo può andare bene se si devono fare video più o meno reali per un social network, ma quando si deve suonare sul serio è lì che si vede se lo strumento è usato per come appare o per quello che consente di fare; sempre che il musicista abbia deciso di non frapporre, fra sé e la realtà, l’ennesimo velo di finzione fatto di plugin, elettronica, simulazioni digitali e, da qualche tempo, anche AI.

In questo caso, ben venga, anche nella musica un bel crash…

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