Questo articolo del New York Times è solo l’ultimo – ma non l’ultimo – di una lunga serie di prese di posizione, in Italia e all’estero, dirette a contrastare la scelta dei governi di utilizzare (anche retrospettivamente) i dati di geolocalizzazione e altre informazioni personali sui contagiati per aumentare il numero dei potenzialmente infetti ed evitare la diffusione del COVID-19 e di limitare la circolazione delle persone al minimo indispensabile (sulla cui estensione, peraltro, Cina e Italia hanno mostrato significative differenze).
Leggi tutto “COVID-19: i “difensori della privacy” raccontano solo (la loro) metà della storia”
Possibly Related Posts:
- Apple-Alibaba, il compromesso sull’AI che l’Europa non riesce a immaginare
- Videoriprendere in pubblico (anche la polizia) non è un crimine ma non è un diritto assoluto
- Perché lo stop degli Usa ai robot cinesi riguarda anche l’Europa
- L’open source è comunista? Chi, ma soprattutto perché, ha paura dell’IA “aperta”
- Non fascismo, ma nichilismo. Cosa racconta davvero Citizen Vigilante
