Quasi trent’anni fa il sequestro in Italia del server di Isole nella rete pose il problema del limite fra libertà di espressione e critiche a uno Stato estero. A distanza di tutto questo tempo ai vecchi problemi si aggiungono le conseguenze geopolitiche della schiavitù elettronica di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su Italian Tech – La Repubblica
L’amministrazione USA ha inserito il collettivo italiano Autistici/Inventati nell’elenco delle associazioni terroristiche per via del sostegno alla causa palestinese reso possibile tramite le infrastrutture dell’associazione.
Il provvedimento del Department of Treasury, che vieta a chiunque di intrattenere rapporti di qualsiasi tipo con i designated subjects, ha suscitato molte polemiche, in particolare per quanto riguarda l’asserita limitazione della libertà di manifestazione del pensiero di chi offre e utilizza questi servizi e l’assenza di collegamento fra il collettivo e chi, con il loro supporto tecnologico, compie azioni di vario tipo, potenzialmente illecite o contrarie agli interessi USA.
Il precedente storico: Isole nella rete
In realtà la notizia non dovrebbe fare troppo scalpore perché ricalca quasi esattamente quello che accadde nel 1998 quando la Procura della Repubblica di Vicenza sequestrò il server dell’associazione Isole nella rete che metteva a disposizione di attivisti e utenti servizi di posta elettronica e anonymous remailer, a causa di una denuncia per diffamazione presentata da un’agenzia di viaggi turca. I fatti riguardavano le critiche mosse da utenti alla Turchia tramite i sistemi dell’associazione di hacktivist che, per questo, vennero completamente isolati.
Anche se nei due casi la fonte del blocco è diversa (giudiziaria, all’epoca, politica, oggi) l’effetto concreto è lo stesso: colpire non solo gli eventuali responsabili di azioni illecite (posto che azioni illecite siano state commesse) ma chiunque abbia utilizzato il servizio, anche per fini estranei ai fatti che hanno dato origine ai provvedimenti.
È chiaro, dunque, che pur con le dovute differenze i problemi (irrisolti) da affrontare sono ancora gli stessi: neutralità del provider, responsabilizzazione degli utenti, estensione indiscriminata dei provvedimenti restrittivi delle libertà civili. C’è, tuttavia, una questione ulteriore che evidenzia le conseguenze dell’avere trascurato per decenni la questione della sovranità tecnologica o, vista da un’altra prospettiva, della schiavitù elettronica.
La sovranità tecnologica è sovranità politica
Senza soluzione di continuità a partire dal caso Adobe risalente al 2019 maturato durante il primo mandato Trump, i provvedimenti dell’amministrazione USA hanno progressivamente bloccato anche l’erogazione di servizi internet o internet-based.
Nello specifico, il provvedimento che riguarda il collettivo italiano impedisce di utilizzare nomi a dominio, servizi di hosting/cloud e sistemi di pagamento statunitensi, ma significa pure che i gestori di reti e servizi anche diversi dagli USA non possono accettare connessioni provenienti dai server del collettivo italiano che, quindi, sono condannati all’isolamento. Di conseguenza sono (o saranno a breve) bloccate la raggiungibilità del loro sito e la disponibilità dei servizi di posta elettronica e anonimato messi a disposizione, in modo particolare, ad associazioni antifasciste.
L’uso politico dei servizi di comunicazione elettronica
In termini più generali, anche considerando il recentissimo aggiornamento della dottrina USA sull’impiego di aziende private per attività di sorveglianza e attacco online, appare, dunque, confermata la tendenza a utilizzare la diffusione capillare delle tecnologie e dei servizi nazionali come strumento per l’applicazione diretta di misure politiche senza alcuna necessità di passare, come fu per il caso Isole nella rete, attraverso le istituzioni del Paese dove è localizzato il destinatario delle misure restrittive.
Dal punto di vista operativo questa scelta può essere comprensibile a fronte della natura intrinsecamente transnazionale del hacktivism, tuttavia è altrettanto evidente che con questo ulteriore atto l’amministrazione USA ha inviato un segnale che si propaga ben oltre il limite apparente, perché alleati, partner ma anche avversari più o meno dichiarati sanno già cosa aspettarsi quando devono assumere decisioni politiche che incidono sugli interessi americani.
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