Quando i morti digitali risorgono in tribunale e costringono la corte a ordinare una nuova sentenza

In Arizona una vittima di omicidio è stata ricreata con l’intelligenza artificiale per “perdonare” il suo assassino e il giudice si è fatto influenzare, ma in appello le cose sono andate diversamente di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su La Repubblica-Italian Tech

Il caso risale allo scorso 8 maggio 2025, quando la “digital resurrection” di una vittima di omicidio avvenuta nel corso del processo aveva contribuito a una pena influenzata dal perdono virtualizzato tramite l’AI. Il 30 settembre 2026 la Corte d’appello dell’Arizona sconfessa il modo in cui la sentenza aveva determinato la pena e fa uscire l’AI dal processo.

Il processo di primo grado e la decisione di appello

Nel processo di primo grado, la famiglia della vittima aveva presentato un video generato con l’AI nel quale il deceduto aveva formulato dichiarazioni che, si legge nella sentenza di appello, hanno “chiaramente influenzato il giudice che ha emesso la sentenza, il quale ha affermato di aver “apprezzato” il video e di averlo ritenuto “autentico”, sottolineando l’“evidente perdono” dimostrato dalla vittima generata dall’intelligenza artificiale nei confronti di Horcasitas (l’imputato, n.d.a.), che ha definito come proveniente dal “cuore” della vittima stessa.”

Questo, conclude la Corte d’appello, fa sì che “sebbene dagli atti non emerga con precisione in che misura il video generato dall’intelligenza artificiale abbia influito sulla decisione relativa alla pena, non c’è dubbio che abbia avuto un ruolo” e dunque, pur confermando la condanna per omicidio, ha ritenuto necessario che la pena fosse rivalutata con una nuova sentenza che non tenga conto del video.

La sentenza della Corte d’appello riporta un po’ di concretezza nel dibattito surreale che si ostina a considerare l’AI —se non ora, fra un po’— come “viva” e “senziente” e dunque ad attribuire diritti e (non)responsabilità a quello che, invece, è e rimane un pezzo di software.

I rischi dell’AI umanizzata

Mantenere questa consapevolezza è fondamentale quanto difficile di fronte a oggetti che sembrano manifestare comportamenti umani e dunque indurre la percezione irrazionale, ma non per questo meno forte, di essere di fronte a dei “simili” invece che a dei simulacri. Non si contano le immagini di personaggi più o meno famosi che interagiscono da pari a pari con simulacri meccanici e software: Barack Obama gioca a calcio con Asimo, Will Smith flirta con Sophia, Kim Kardashian si accompagna ad un Tesla Optimus. La lista potrebbe continuare ma il punto è chiaro: poco importa che gli esseri umani di queste foto fossero consapevoli di avere di fronte delle cose e non delle persone, perché ciò che conta è il messaggio di segno diametralmente opposto che viene trasmesso a chi quelle immagini le subisce senza controllare il contesto. Questo fa sì che, contro ogni evidenza, continuino a diffondersi a tassi da virus pandemico non più solo la percezione ma anche la convinzione che, in ossequio al dogma funzionalista, se qualcosa sembra un’anatra, nuota come un’anatra e starnazza come un’anatra, allora probabilmente è un’anatra cioè  —mutatis mutandis— un essere umano.

Quando la suggestione influenza la giustizia

Torniamo ora al caso statunitense: il video riprodotto in aula faceva dire alla vittima che perdonava il suo assassino arrivando al punto di farle affermare che, in altre circostanze, avrebbero addirittura potuto essere stati amici. Il video, tuttavia, non era nemmeno una rielaborazione delle ultime volontà del deceduto, ma quello che la committente del video —sua sorella— pensava che avrebbe detto. E qui arriva la nota dolente perché il giudice di primo grado non è andato troppo per il sottile e si è fatto influenzare dal video anche se non c’era ragione per considerarlo come una dichiarazione della vittima o a questa effettivamente riferibile.

Questa stortura, fortunatamente raddrizzata dalla Corte d’appello, evidenzia ancora una volta come l’effetto negativo della suggestione irrazionale provocata dall’interazione con oggetti dall’apparenza o dal comportamento umano sia stato rinforzato dalla deumanizzazione del modo di interagire. Sperimentare il mondo tramite uno schermo —come rilevava già nel 1999 lo scrittore cyberpunk Neal Stephenson— significa sperimentare la realtà tramite la mediazione tecnologica fino al punto di considerare più “vero” ciò che appare su un display a discapito della dimensione fisica dell’esperienza.

La responsabilità di giudicare non è virtuale

Fino a quando questo processo accade nell’ambito individuale, al netto delle derive psicopatologiche, i problemi sono relativi e riguardano singole persone. Quando, però, la confusione fra i piani di realtà si manifesta in un ambito fondamentale come quello della giustizia allora è il caso di abbandonare le intellettualizzazioni salottiere. La punizione dei colpevoli, la tutela delle vittime e i diritti degli innocenti non possono essere affidati a qualche effetto speciale e al cedimento a suggestioni fantascientifiche presentate come “problemi reali” di chi deve decidere.

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