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Un’assenza nello zainetto Ue per sopravvivere in caso di guerra lo rende di fatto inutile

Ancora una volta la Legge di Warhol si è dimostrata corretta e dunque anche la subcultura dei prepper —appassionati (a volte al limite del fanatismo) di sopravvivenza, che si preparano per apocalissi di qualsiasi tipo— ha avuto i propri quindici minuti di celebrità grazie al video della commissaria europea alle crisi che mostra il contenuto della “borsa da sopravvivenza” che si porterebbe appresso.

Una percezione superficiale del concetto di crisi

Mettendo da parte le analisi sulla (meta) comunicazione di un contenuto del genere, in termini fattuali anche non avendo superato l’addestramento del Gruppo operativo incursori della Marina o frequentato il corso ‘NBC’ (nucleare, batteriologico, chimico) della Scuola interforze, basta avere fatto qualche anno negli scout o essere appassionati di montagna per essere consapevoli che non basta avere qualche strumento nello zaino per cavarsela in caso di problemi perché bisogna essere anche abituati ad utilizzarli (siero antivipera, insegna).Inoltre, come sanno le persone che sono sopravvissute anche a un “banale” serio incidente automobilistico, in una situazione di vera crisi è molto difficile mantenere la calma e comportarsi in modo razionale quando tutto il mondo attorno sta crollando.

In altre parole, è vero che Rambo con un coltello militare tipo il Randall 18 e un po’ di cotone è riuscito a sfuggire al cattivo sceriffo Teasle fino a quando non ha deciso di arrendersi al colonnello Trautman. Ma lui era Rambo, ed era il personaggio di un film.

Il video della commissaria —che, peraltro, non fa capire se sia stato diffuso a titolo personale o meno, anche se su Youtube appare sul canale ufficiale della Commissione— oltre alla inconsapevolezza di cosa significhi operare in condizioni estreme, manca anche del riferimento all’importanza di dotarsi strumenti di comunicazione alternativi, oltre alla capacità e alla possibilità di usarli. Veramente, quando il cielo sta crollando, tutto ciò che serve per sopravvivere 72 ore è un powerbank per caricare uno smartphone?

L’importanza degli strumenti di comunicazione a bassa tecnologia

A stretto rigore, il video non parla di guerra, ma vista la narrativa del momento, una per tutte quella della brochure svedese recentemente diffusa che utilizza espressamente la parola war, è difficile pensare che si riferisca a catastrofi naturali o incidenti di altra natura. Per questa ragione è ragionevole analizzarlo nell’ottica di un ipotetico conflitto,

L’esperienza della Seconda Guerra ha mostrato l’importanza della capacità di costruire apparati di comunicazione a bassa tecnologia e la lettura di Der Totale Widerstand, il libro maledetto, ma divenuto un classico del settore, scritto nel 1958 da un ufficiale dell’esercito svizzero per aiutare i cittadini in caso di invasione sovietica, dimostrano quanta distanza ci sia fra la realtà e i “suggerimenti” sull’importanza di avere uno smartphone carico (peraltro: se nel frattempo finiscono i giga come si fa?) offerti dal video della signora Lahbib.

Già allora, la complessità di dover gestire un sistema di comunicazioni in caso di attacco o invasione di un nemico richiedeva la creazione di una rete clandestina (non solo fatta di apparati) per far circolare informazioni, dal momento che avere un ricetrasmettitore che non parla con nessuno è semplicemente inutile. Peraltro, tornando ad oggi, il sovraccarico di fine anno delle reti mobili non è un evento così distante nel tempo, e persino la UE si è resa conto che anche solo in caso di catastrofi naturali le reti mobili non sono necessariamente affidabili o disponibili.

Le complicazioni attuali

Oggi, la situazione è resa ancora più complicata dal fatto che gli strumenti per la signalintelligence (l’analisi delle comunicazioni nello spettro radio e nel traffico di rete) e il jamming —l’isolamento delle stazioni trasmittenti e riceventi— sono estremamente più sofisticati di allora. Dunque, oggi, non è detto che un cellulare sia l’unico strumento da utilizzare, e, d’altra parte, gestire un network clandestino di comunicazioni, per esempio basate su reti mesh, non è esattamente semplicissimo.

Inoltre, come ha dimostrato il conflitto russo-ucraino, sistemi di telecomunicazioni e centrali elettriche (necessarie a farli funzionare) sono in cima alla lista dei bersagli da colpire in campo avversario.

Dunque, sul presupposto (tutto da dimostrare) che in 72 ore le forze armate o le strutture di pubblica sicurezza possano intervenire per ristabilire un minimo di ordine —o la protezione civile possa arrivare a prestare soccorso— la capacità di tenere in piedi un minimo sistema di comunicazione richiederebbe avere la disponibilità di un generatore di corrente a energia solare, antenne da collegare a qualche computer, capacità di comunicare anche non in chiaro, altre stazioni con le quali interagire…insomma, tutto il repertorio tecnologico che in alcuni ambiti della cultura hacker è studiato e praticato da sempre.

La (in)dipendenza dalla schiavitù elettronica

Se un merito ha il video della commissaria europea, nella sua sottovalutazione degli aspetti tecnologici, è quello di avere dimostrato quanto diamo per scontata la disponibilità dell’ecosistema digitale e quanto siamo inconsapevoli delle conseguenze anche solo della sua compromissione, per non parlare della usa totale messa fuori uso.

È chiaro che non è pensabile tornare ai segnali di fumo o all’uso degli aquiloni per comunicare a distanza perché un giorno le BTS dei cellulari potrebbero essere abbattute. Ma è altrettanto chiaro che se veramente dobbiamo prepararci a una guerra, serve un addestramento continuo e diffuso su cosa si può realisticamente fare per comunicare, ma soprattutto dovrebbero essere sviluppate infrastrutture e sistemi alternativi in affiancamento alle reti di radioamatori che tanto hanno contribuito durante catastrofi e altri eventi drammatici.

Se proprio dobbiamo ragionare da questa prospettiva, allora, oltre a dotarsi dello zainetto survival si dovrebbero rimettere in discussione le politiche sul controllo degli strumenti di comunicazione e sulle limitazioni che la UE vorrebbe imporre con il client side scanning allo sviluppo di software per la messaggistica sicura come Signal e sulla crittografia.

Perché specie in caso di guerra — pardon, di crisi— “il nemico ti ascolta”.

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Dazi USA e Big Tech: inutile piangere sul digitale versato

Invece di applicare il biblico “occhio per occhio”, una reazione più efficiente ai dazi USA sarebbe aprire nuovi mercati e, soprattutto, liberarsi dalla dipendenza tecnologica di Big Tech di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su Italian Tech Leggi tutto “Dazi USA e Big Tech: inutile piangere sul digitale versato”

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L’Italia chiede a Meta, X e LinkedIn di pagare l’Iva. Ci saranno ritorsioni da parte di Trump?

Reuters ripropone ancora una volta il tema della monetizzazione dei dati ma soprattutto quelli della webtax e del conseguente rischio (oggi più concreto che mai) di ritorsioni USA. Quanto è concreto questo scenario? Un’ipotesi di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su Italian Tech – La Repubblica Leggi tutto “L’Italia chiede a Meta, X e LinkedIn di pagare l’Iva. Ci saranno ritorsioni da parte di Trump?”

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La presenza di truppe cinesi in Ucraina è un rischio per la cybersecurity europea?

La disponibilità della Cina ad essere parte della ipotetica missione di pace ONU in Ucraina non è un fatto di per sé nuovo. Ma può complicare i problemi storici delle operazioni militari multilaterali, specie nell’ambito della sicurezza informatica di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su Italian Tech – La Repubblica Leggi tutto “La presenza di truppe cinesi in Ucraina è un rischio per la cybersecurity europea?”

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La Svezia torna al contante per timore di attacchi cyber

Il rapporto pubblicato il 10 marzo 2025 dalla Riksbank, la banca centrale svedese, mette in guardia sui rischi della cashless society. Ma quello della moneta immateriale non è l’unico problema causato dalla digitalizzazione forzata di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su Italian Tech-LaRepubblica Leggi tutto “La Svezia torna al contante per timore di attacchi cyber”

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Quelli su Big Tech sono gli unici dazi che la UE (e l’Italia) non si possono permettere

Il ruolo geopolitico delle tecnologie dell’informazione e la dipendenza ineliminabile dalle tecnologie USA rendono l’opzione, dei dazi del 15% su Big Tech per reagire all’aggressività trumpiana nei confronti della UE e dell’Italia rendono questa opzione semplicemente impraticabile di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su Italian Tech – La Repubblica Leggi tutto “Quelli su Big Tech sono gli unici dazi che la UE (e l’Italia) non si possono permettere”

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ReArm Europe fra indipendenza e sovranità tecnologica

Acquistare una capacità difensiva coordinata fra gli Stati membri della UE è un percorso irto di ostacoli, dall’articolo 4 del Trattato sulla UE che vieta all’Unione Europea di occuparsi di difesa e sicurezza (che rimangono di esclusiva titolarità dei singoli Paesi), ai limiti costituzionali che, almeno in Italia, non consentono il trasferimento definitivo di sovranità a Bruxelles, né l’eliminazione del concetto di “Patria”, inevitabilmente legato ai confini geografici.

A questo si dovrebbero aggiungere le complessità operative e industriali (anche in termini di ripartizione del mercato) riguardo l’integrazione delle piattaforme di combattimento dei vari Paesi —dalle armi da fianco ai sofisticati sistemi di comando e controllo— che richiederebbe anni per arrivare a compimento e quelle causate dalla dipendenza tecnologica da Paesi esteri (USA, in particolare).

Non vanno sottovalutate, inoltre, le difficoltà di incrementare il numero dei militari operativi e combat ready perché, contrariamente al detto, il numero, da solo, non è potenza. Non basta, in altri termini avere centinaia di migliaia di soldati, ma è necessario che questa forza sia capace di operare a un livello sufficientemente elevato da evitare (o attenuare il rischio) che si verifichino tragedie come quelle raccontate da Francesco Rosi in Uomini contro.

La necessità di razionalizzare i costi

Soddisfare questa ultima necessità, in particolare, implica uno sforzo logistico notevole sia per selezionare le reclute, sia per trasformarle in soggetti minimamente in grado di operare, sia per mantenere e incrementare queste capacità.

È abbastanza evidente che in una prospettiva del genere i costi da sostenere sono elevati e, soprattutto, ricorrenti come si evince, per esempio, dalle voci “Traning and Recruiting” del budget 2023 degli US Marines.

Da qui, l’esigenza di ridurre per quanto possibile l’impatto finanziario delle attività non strettamente legate alle operazioni militari, integrando soggetti privati che possano farsi carico di componenti non critiche dell’organizzazione militare. D’altra parte, il concetto di difesa dello Stato, nel momento in cui si estende alla tutela non solo dei confini ma anche dei propri interessi (vedi il Libro bianco Ministero della Difesa 2015), e il neoassunto ruolo della Presidenza del Consiglio nella protezione delle infrastrutture critiche e delle funzioni essenziali, richiedono necessariamente un coinvolgimento del settore privato, a fronte di una regolamentazione ferrea del ruolo di questi attori.

Il ruolo dei Private Security Provider

In ambito internazionale questi soggetti sono definiti “Private Security Provider” (PSP) e si distinguono dalle “Private Military Company” (PMC) che offrono —essenzialmente— servizi di mercenariato.

Benché i confini fra PMC (incompatibili con l’ordinamento italiano) e PSP (a certe condizioni, legali nel nostro Paese) possano apparire labili, dal punto di vista teorico sono molto chiari. Se un soggetto si qualifica come Private Military Company vuol dire che eroga servizi di tipo mercenario o, come direbbero eufemisticamente gli americani, expeditionary conflict entrepreneurship. Ciò significa essere pagati per l’addestramento di forze armate (più o meno) istituzionali e per la partecipazione attiva ad azioni di combattimento di truppe (più o meno) regolari. Se un soggetto si qualifica come PSC vuol dire che eroga servizi “passivi”, come addestramento di base, protezione installazioni, scorta VIP recupero feriti, trasporto di uomini e materiale, manutenzione di mezzi, ma che non prevede di essere coinvolto in servizi “attivi” (analoghi, cioè a quelli di stretta competenza militare).

Creare un mercato italiano per startup di PSP

Già oggi, in Italia, l’attività di PSP è parzialmente svolta dagli istituti di vigilanza regolati dal Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza. Oltre a svolgere i tradizionali servizi di guardianìa e trasporto armi e valori, infatti, queste aziende operano già nel settore della sicurezza sussidiaria cooperando nella protezione degli aeroporti e fornendo servizi di maritime security, con personale specificamente addestrato e armato, spesso proveniente dai ruoli militari. Inoltre, e in parallelo, gli istituti di vigilanza sono spesso dotati di sale controllo e mezzi per la rilevazione di eventi critici, l’avviso alle forze dell’ordine e, dove previsto dalla legge, il primo intervento sotto il controllo dell’Autorità di pubblica sicurezza.

In un contesto del genere, non ci vorrebbe molto, concettualmente, ad espandere gli ambiti degli istituti di vigilanza fino a prevederne l’integrazione con l’apparato di difesa dello Stato, nell’ambito dei servizi passivi, rendendo disponibili uomini e risorse per il rafforzamento della difesa esterna.

Criticità tecnologiche e non solo del mercato dei PSP

La creazione di un mercato per i PSP, che siano startup o soggetti già presenti nel settore, presenta, evidentemente, diverse criticità.

La prima, e più evidente è quella del rischio di (ri)costituzione di milizie private.

Scongiurare questo rischio implicherebbe includere i PSP nel sistema della pubblica sicurezza e della protezione civile, in modo da consentire un ferreo controllo da parte dello Stato sul modo in cui operano questi soggetti, sul reclutamento e sulla formazione degli operatori, oltre a limitare la dotazione di armi e mezzi dei quali possono disporre, e a definire chiaramente regole di ingaggio e perimetro operativo.

Meno agevole, invece, è risolvere il problema dell’accesso dei PSP a tecnologie e informazioni riservate ma necessarie all’interazione e all’integrazione con le forze armate. È vero che il sistema dei security clearanceconsente a soggetti privati che ne hanno titolo l’accesso a questi ambiti informativi, ma questo accade per necessità specifiche nell’ambito consolidato dei defense contractor.

Nel caso dei PSP il problema della messa a disposizione di accessi fisici e logici a installazioni e tecnologie militari non è di semplice soluzione perché crea un dilemma operativo: come garantire un’integrazione efficace senza compromettere la sicurezza delle infrastrutture critiche e delle informazioni critiche.

Inoltre, l’impiego di PSP andrebbe valutato in termini di impatto sulla capacità complessiva di tenuta dell’apparato di difesa. Incrementare il coinvolgimento di entità private amplifica i rischi legati alle vulnerabilità informatiche, soprattutto se queste aziende non dispongono degli stessi standard di sicurezza e delle capacità di reazione delle forze armate. Sarebbe dunque necessario istituire un sistema di controlli per evitare fughe di dati, supply chain attack e possibili infiltrazioni da parte di attori ostili.

Un ulteriore elemento di criticità riguarda l’adozione di sistemi e piattaforme forniti da PSP o la loro integrazione con le piattaforme militari. Questo, come insegna lo strapotere di Big Tech nel settore civile, potrebbe creare nel tempo una situazione di dipendenza tecnologica esterna difficile da controllare, soprattutto in un contesto in cui la sovranità tecnologica europea è ancora limitata.

Indipendenza o sovranità tecnologica?

Tutto questo ragionamento si riduce alla scelta politica fra indipendenza e sovranità tecnologica.

La prima implica la possibilità di operare senza vincoli diretti da parte di attori esterni, ma non garantisce il controllo delle tecnologie utilizzate. La fornitura di equipaggiamenti, software e sistemi di comunicazione da parte di aziende non europee rischia di generare un lock-in tecnologico, rendendo difficile per gli Stati membri della UE sviluppare una capacità autonoma. La seconda significa invece controllare e sviluppare le proprie capacità tecnologiche, ma richiede un impegno economico, politico e strategico che l’UE finora non ha dimostrato di voler affrontare con decisione.

Ognuna delle opzioni ha, evidentemente, dei pro e dei contro, ma una cosa è certa: l’unica opzione che non ci si può permettere è evitare di decidere.

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Adesso è scontro tra Apple e Londra sull’accesso ai dati dei cittadini. Perché è importante

Apple avrebbe contestato l’ordine di disabilitare le funzionalità di Advanced Data Protection. È la replica di quanto accadde nella causa con il FBI. Cosa può succedere e quali sono i valori e le opportunità in campo di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su Italian Tech – La Repubblica Leggi tutto “Adesso è scontro tra Apple e Londra sull’accesso ai dati dei cittadini. Perché è importante”

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Le protesi bioibride sono un altro passo verso l’Uomo Bicentenario?

La convergenza delle ricerche nei settori dell’IA, delle neurotecnologie e della soft robotics fa intravedere la possibilità di realizzare qualcosa che somiglia molto a Andrew, il protagonista di Bicentennial Man scritto da Isaac Asimov nel 1976, che annulla le differenze fra esseri umani ed artificiali di Andrea Monti – Inzialmente pubblicato su MIT Technology Review Italia

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È indispensabile riformare i test antidoping grazie alle possibilità offerte dai wearable device, dall’IA e dal Machine Learning di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su Italian Tech – La Repubblica Leggi tutto “Così l’Intelligenza artificiale potrebbe evitare un nuovo caso Sinner”

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Dopo Huawei e TikTok, è DeepSeek la nuova minaccia per la sicurezza nazionale Usa?

La comparsa sul mercato di DeepSeek, il Large Language Model cinese disponibile in open source —cioè senza rivendicazioni proprietarie in termini di diritto d’autore e brevetti— ha sconvolto il settore dell’AI mettendo in discussione alcuni dogmi che si sono diffusi nel settore.

DeepSeek e la narrativa dell’AI

Il primo dogma riguarda i costi e i tempi necessari a generare un LLM. Se è vero che lo sviluppo di DeepSeek non ha goduto del sostegno di Pechino in termini di accesso privilegiato al hardware e all’energia necessarie a raggiungere il risultato, allora non è più vero che per competere nel mercato siano necessari investimenti miliardari. Questo significherebbe rendere possibile l’aumento del numero dei potenziali soggetti operanti nel settore e la creazione di un reale regime di concorrenza a livello internazionale.

La seconda convinzione messa in crisi da DeepSeek è che il comparto Ai sia saldamente nelle mani degli Usa che controllano sia le tecnologie software, sia quelle hardware, dalle schede grafiche alle tecnologie necessarie per costruire chip sempre più sottili e processori sempre più potenti. Al netto delle questioni legate all’aggiramento del divieto di esportazione verso la Cina di GPU e macchinari per la realizzazione di semiconduttori, il bando tecnologico imposto da Washington ha spinto la Cina a sviluppare approcci alternativi nella ricerca teorica e nella realizzazione di hardware dedicato all’AI, come quello prodotto da Huawei.

L’impatto sul mercato borsistico

La disponibilità pubblica di DeepSeek sotto forma di app da scaricare sugli smartphone e di piattaforma ha avuto un impatto sul mercato finanziario che hanno danneggiato il valore di mercato di nVIDIA, il quasi monopolista produttore di GPU e ambienti di sviluppo software per l’AI. La fluttuazione è durata poco, tanto che il titolo nVIDIA ha iniziato a riprendersi quasi subito, ma ha rappresentato un segnale chiaro di quello che potrebbe accadere in un settore, quello borsistico, nel quale la volatilità del valore è fortemente influenzata dalla diffusione di informazioni o, meglio, dal modo in cui gli investitori percepiscono le informazioni diffuse.

L’impatto sul comparto industriale dell’AI

Se la notizia sulla maggiore economicità di DeepSeek ha colpito il mercato borsistico, la scelta della startup cinese di rilasciare il modello in “open source”, cioè consentendone l’utilizzo a chiunque senza rivendicare il pagamento di diritti o royalty aggredisce il mercato reale. Perplexity, una delle aziende statunitensi più attive nel settore dell’AI, ha recentemente annunciato di utilizzare DeepSeek per l’erogazione di alcuni servizi. È vero che tutto “gira” su sistemi americani, nessun dato viene inviato in Cina e nessuno, tranne Perplexity, ha accesso al modello. Questo tuttavia non cambia il fatto che un’azienda ha potuto potenziare i propri servizi senza dover pagare i costi di licenza ai concorrenti che sviluppano modelli analoghi. Se altre aziende seguiranno la strada di Perplexity, inevitabilmente le Big Tech del settore si troveranno di fronte a una concorrenza domestica capace di sottrarre fette di mercato e sconvolgere la programmazione del rilascio pubblico di nuove tecnologie.

DeepSeek è il nuovo TikTok?

Presa in sé, la diffusione di DeepSeek in Occidente potrebbe essere inquadrata in una “normale” dialettica concorrenziale fra aziende di settore; ma vista la natura strategica dell’AI è chiaro che questa lettura sarebbe molto riduttiva. Se, infatti, dopo le prime prove tecniche il meccanismo di diffusione dei LLM cinesi dovesse entrare a regime, ci troveremmo di fronte —volenti o nolenti— a qualcosa che somiglia molto a un atto di guerra economica e tecnologica.

Tuttavia, l’annunciata presentazione di una legge per bandire l’uso di DeepSeek dai device governativi non è basata su queste preoccupazioni ma sulla paura che l’app installata su smartphone e tablet possa fornire informazioni sugli utenti al governo cinese.

Anche se le due vicende non sono del tutto sovrapponibili, è abbastanza evidente che la richiesta di bandire l’uso dell’applicazione è basata sugli stessi presupposti che hanno condotto a imporre la vendita coatta di TikTok.

La differenza sostanziale fra i due casi, tuttavia, sta nel fatto che nel caso di DeepSeek la necessità di proteggere la sicurezza nazionale è dichiarata in modo sostanzialmente preventivo. Dove, in altri termini, contro TikTok gli Usa sono intervenuti quando l’applicazione era già in opera da anni, nei confronti di DeepSeek sembra volersi applicare un principio di precauzione imponendo il divieto di uso prima ancora che si possa manifestare una criticità. In proposito, va anche detto che, come hanno chiaramente affermato le sentenze delle corti che si sono occupate del caso, le ragioni della vendita coatta di TikTok sono state fondate su dichiarazioni governative che i giudici non hanno ritenuto di contestare, mentre nel caso di DeepSeek non risultano posizioni analoghe.

Il nuovo paradigma della sicurezza nazionale

Ad oggi non è ancora possibile sapere se e con quale estensione verrà disposto il bando di DeepSeek; ma anche il solo fatto di ventilare l’ipotesi si inserisce nel solco delle analoghe scelte già adottate dalle amministrazioni Usa nei confronti di Huawei, DJI e TikTok.

Tutte queste decisioni, infatti, sono accomunate dalla tendenza a considerare il controllo su una tecnologia da parte di uno Stato straniero come possibile minaccia per la sopravvivenza domestica a prescindere dal materiale impiego di un prodotto o un servizio che quella tecnologia utilizza.

L’insanabile contrasto fra tutela della sicurezza e sviluppo tecno-economico globale

Se nel contesto della sicurezza nazionale vale il principio better safe than sorry (meglio essere sicuri che avere rimpianti), applicare misure preventive basate su ipotesi di rischio invece che su evidenze verificabili solleva interrogativi non solo sul piano del diritto internazionale e della concorrenza, ma anche sul futuro della governance tecnologica globale.

Se il principio di precauzione diventa lo strumento per escludere sistematicamente le innovazioni provenienti da determinati Paesi, il rischio è quello di una frammentazione sempre più marcata del settore tecnologico, con la creazione di ecosistemi digitali separati e incompatibili tra loro. Un simile scenario non solo ostacolerebbe il progresso scientifico e la cooperazione internazionale, ma potrebbe rivelarsi controproducente anche per le stesse aziende statunitensi, che perderebbero accesso a modelli e soluzioni innovative sviluppate al di fuori dei propri confini.

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Il libro che insegna a pensare come uno scienziato

“L’evoluzione del pensiero scientifico dall’antica Grecia ai giorni nostri” di Francesco Vissani è un’opera divulgativa che insegna ad adottare il metodo scientifico come prassi. Uno stimolatore di riflessioni da leggere dall’inizio alla fine ma anche a pezzi, a seconda del tema che più interessa al momento di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su La Repubblica – Italian Tech Leggi tutto “Il libro che insegna a pensare come uno scienziato”

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La sanzione fiscale pagata da Google non placa lo spettro della webtax

Una lettura semplicistica delle ragioni che hanno spinto Google ad accettare di pagare una sanzione fiscale di 326 milioni di Euro indurrebbe a pensare che, tutto sommato, se lo ha fatto è perché c’era una convenienza in termini di risparmio sul “prezzo pieno” della sanzione che includeva anche il rischio di condanne penali. di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su La Repubblica – Italian Tech Leggi tutto “La sanzione fiscale pagata da Google non placa lo spettro della webtax”

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Paragon e Meta: lo spettro della sorveglianza e il fantasma della democrazia

La vicenda Paragon dimostra, ancora una volta, che sicurezza e diritti non sono più nelle mani degli Stati ma di soggetti (più o meno) privati e fuori dal controllo delle istituzioni di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su La Repubblica – Italian tech Leggi tutto “Paragon e Meta: lo spettro della sorveglianza e il fantasma della democrazia”

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Il Garante dei dati personali ha veramente “bloccato” DeepSeek?

È abbastanza chiaro che non ci si può aspettare granché dall’iniziativa dell’autorità nazionale di protezione. A meno di non voler portare a valori più alti la temperatura del confronto. Con tutte le conseguenze del caso di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su La Repubblica – Italian Tech Leggi tutto “Il Garante dei dati personali ha veramente “bloccato” DeepSeek?”

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La tecnologia della libertà (e della sua limitazione)

Cresce la sorveglianza tecnologica di Stato sui giornalisti in Serbia e, con questa, le proteste di chi denuncia la repressione della libertà di stampa. il tema non riguarda solo il paese slavo perché espone, in termini più generali, le due facce (non sempre amichevoli) della sicurezza delle informazioni e riporta in primo piano l’ultradecennale dibattito sulla libertà di accesso alla conoscenza di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato da MIT Technology Review Italia

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Perché DeepSeek spaventa i giganti (occidentali) dell’AI

Finora la percezione comune è che per giocare la partita dell’AI sono necessari investimenti e infrastrutture talmente enormi da scoraggiare qualsiasi tentativo in questa direzione. La Cina ha dimostrato che non è così. E ora può avanzare anche alla conquista delle ‘intelligenze naturali’ di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su LaRepubblica – Italian Tech Leggi tutto “Perché DeepSeek spaventa i giganti (occidentali) dell’AI”

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L’infodemia contagia anche gli Stati oltre agli utenti delle piattaforme social

L’incapacità, a qualsiasi livello, di governare la complessità nell’uso dell’informazione traccia la strada verso il caos anche nella vita delle istituzioni e non solo in quella dei cittadini di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su La Repubblica – Italian Tech

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Spazio, dove finisce il cielo quando la politica e l’industria se lo contendono?

L’evoluzione delle tecnologie satellitari impone di rivedere una concezione giuridica di spazio che non è più adeguata alla possibilità di sfruttare economicamente le orbite atmosferiche di Andrea Monti – Inzialmente pubblicato su Wired.it Leggi tutto “Spazio, dove finisce il cielo quando la politica e l’industria se lo contendono?”

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L’inconciliabile dilemma fra etica e guerra, che l’AI non può risolvere

Il dibattito pubblico sull’uso dell’AI è condizionato da una “deriva etica” che sacrifica il ruolo del confronto democratico, nega la pluralità della politica e lascia nelle mani di pochi il potere di compiere scelte fondamentali di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su La Repubblica – Italian Tech Leggi tutto “L’inconciliabile dilemma fra etica e guerra, che l’AI non può risolvere”

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Dentro il G-Cans

Il Metropolitan Area Outer Underground Discharge Channel (Shutoken Gaikaku H?suiro) o G-Cans, come è comunemente chiamata, è un’opera gigantesca che protegge Tokyo dagli allagamenti causati da fenomeni atmosferici estremi. Ma è anche un fenomeno culturale che ha catturato la fantasia di produttori, musicisti e videomaker e uno strumento di marketing territoriale di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su MIT Technology Review Italia

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Chatbot troppo umani, i rischi che corriamo

Il caso di Character.AI e del suicidio di un 14enne negli Stati Uniti, imputato all’interazione con il chatbot, apre squarci sulle conseguenze legali dell’antropomorfizzazione del software di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su Wired.it

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La sentenza TikTok e il futuro delle multinazionali cinesi high-tech. L’opinione di Monti

La recente decisione della US Court of Appeals for the District of Columbia sul caso TikTok conferma la validità della legge che impone la vendita coatta della filiale americana del colosso dei social network cinese, stabilisce un precedente importante nel rapporto fra diritti e sicurezza nazionale, e fornisce un’idea abbastanza precisa di come si evolverà il controllo statale sulle aziende straniere, non solo cinesi – di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato da Formiche.net Leggi tutto “La sentenza TikTok e il futuro delle multinazionali cinesi high-tech. L’opinione di Monti”

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Qual è il significato geopolitico del sistema operativo Huawei Harmony OS Next

l nuovo sistema operativo che Huawei ha recentemente annunciato rappresenta una svolta significativa negli equilibri della geopolitica tecnologica mondiale. L’analisi di Andrea Monti – professore incaricato di Digital Law, Università di Chieti-Pescara – Inizialmente pubblicato da Formiche.net Leggi tutto “Qual è il significato geopolitico del sistema operativo Huawei Harmony OS Next”

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TeamLab Planets: da Tokyo la fuga verso i mondi della mente

Esplorare Planets non è solo un’esperienza estetica ma è anche lo spunto per riflettere su come le tecnologie abbiamo aumentato il progressivo senso di estraniazione che caratterizza il nostro tempo di Andrea Monti – Inzialmente pubblicato su Strategikon – Italian Tech La Repubblica Leggi tutto “TeamLab Planets: da Tokyo la fuga verso i mondi della mente”

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Chi ci protegge dal dossieraggio tecnologico?

Equalize, il caso di dossieraggio che sta animando le cronache di queste ore ripropone tutti i temi posti da vicende analoghe accadute in Italia e all’estero, e in particolare ne evidenzia tre: la “fedeltà” dei civil servant a cui è affidato il potere di entrare nelle “vite degli altri”, il coinvolgimento di soggetti privati nell’erogazione di servizi tecnologici ad apparati critici dello Stato, la necessità di “non andare troppo per il sottile” o di praticare la “plausible deniability” da parte di istituzioni, aziende e soggetti in posizioni apicali anche nei settori privati – di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su Strategikon – Italian Tech – La Repubblica Leggi tutto “Chi ci protegge dal dossieraggio tecnologico?”

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Webscraping e Dataset AI: se il fine è di interesse pubblico non c’è violazione di copyright

“La creazione di un dataset … che può costituire la base per l’addestramento di sistemi di intelligenza artificiale, può certamente essere considerata ricerca scientifica … Sebbene la creazione del dataset in quanto tale possa non essere nell’immediato associata a un incremento di conoscenza, essa costituisce una fase essenziale per l’obiettivo di utilizzarlo per acquisire successivamente la conoscenza in questione” – di Andrea Monti – inizialmente pubblicato su Strategikon – Italian Tech-La Repubblica Leggi tutto “Webscraping e Dataset AI: se il fine è di interesse pubblico non c’è violazione di copyright”

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Perché Apple ha ritirato la causa contro la società israeliana dietro lo spyware Pegasus?

Le ragioni di Cupertino, i dubbi degli esperti e un tema che pone di nuovo al centro i diritti degli utenti nel confronto tra Big Tech e Stati Sovrani di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su Strategikon – Italian Tech La Repubblica Leggi tutto “Perché Apple ha ritirato la causa contro la società israeliana dietro lo spyware Pegasus?”

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Le sanzioni UE ad Apple e Google aprono un altro fronte nella guerra contro Big Tech (e incrinano quello interno)

I toni trionfalistici che hanno accolto le sentenze contro Apple e Google non tengono conto di una conseguenza: la dimostrazione di una certa fragilità europea di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su Strategikon – Italian Tech La Repubblica Leggi tutto “Le sanzioni UE ad Apple e Google aprono un altro fronte nella guerra contro Big Tech (e incrinano quello interno)”

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La rottura tra Stati e big tech non è mai stata così forte

I governi sono sempre più invadenti nelle politiche sul digitale, per controbilanciare la facilità con cui le aziende tecnologiche hanno preso il predominio di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su Wired.it Leggi tutto “La rottura tra Stati e big tech non è mai stata così forte”

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Le accuse mosse a Pavel Durov mettono in discussione la permanenza in Europa di Big Tech

La pubblicazione di un comunicato della Procura della Repubblica di Parigi sull’arresto di Pavel Durovconsente di approfondire un po’ di più (ma non troppo) il contesto della vicenda perché contiene l’elenco delle accuse formulate nei confronti del fondatore di Telegram. In sintesi (il dettaglio con una traduzione non ufficiale delle norme è alla fine di questo articolo) le basi giuridiche dell’arresto di Pavel Durov sono rappresentate dai reati previsti nella LOI n° 2023-22 du 24 janvier 2023 d’orientation et de programmation du ministère de l’intérieur che inserisce nel Codice penale francese l’articolo 323-3-2 e un ulteriore comma (il dodicesimo) all’articolo 706-73-1 del Codice di procedura penale e dalla Loi n° 2004-575 du 21 juin 2004 pour la confiance dans l’économie numérique che sottopone ad autorizzazione ministeriale l’uso di crittografia per usi diversi da quelli del controllo di autenticazione e integrità (in pratica: se serve per dimostrare la propria identità in un servizio di e-commerce, la crittografia è liberamente utilizzabile, se serve per cifrare informazioni deve essere autorizzata dal Governo) di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su Strategikon – Italian Tech La Repubblica Leggi tutto “Le accuse mosse a Pavel Durov mettono in discussione la permanenza in Europa di Big Tech”

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Cosa significa l’arresto di Pavel Durov per social media e produttori di smart device

Un lancio di Reuters informa dell’arresto, avvenuto in Francia, di Pavel Durov, fondatore e amministratore delegato di Telegram, con doppia cittadinanza russa e francese. Secondo TF1 il motivo dell’arresto è la mancanza di moderazione dei contenuti, l’omessa cooperazione con le forze dell’ordine e il tipo di “strumenti” —come criptovalute e numeri telefonici usa e getta— reperibili liberamente sulla piattaforma. Gli inquirenti francesi hanno ritenuto che così facendo Durov non si sia limitato ad un “omesso controllo” ma che sia stato un vero e proprio complice nella commissione dei reati di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su Strategikon – Italian Tech La Repubblica Leggi tutto “Cosa significa l’arresto di Pavel Durov per social media e produttori di smart device”

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