Sco vs IBM: Linux Ŕ fuori legge?

Linux&C n. 34 – di Andrea Monti

L’azione legale intentata da SCO Group (o, più correttamente, da Caldera che ha acquistato il glorioso marchio SCO) contro IBM lascia veramente molto perplessi. E sembra tanto un mezzo per risolvere tramite la via giudiziaria le difficoltà commerciali nelle quali versano, in generale, gli UNIX proprietari.

Detto senza mezzi termini: la tesi secondo la quale Linux sia, anche solo potenzialmente, in violazione dei diritti di proprietà intellettuale acquisiti da Caldera mi sembra inverosimile. Così come ritengo insostenibile il ragionamento di Caldera secondo cui gli investimenti di IBM nel software libero avrebbero compromesso le possibilità di commercializzazione del (fu) SCO ora Caldera.

Chi vuole approfondire le rispettive posizioni, può andarsi a leggere il Cause of Action (http://www.ictlaw.net/internal.php?sez=doc&IdT=4&id_doc=24&lang=1), il Complaint (http://www.ictlaw.net/internal.php?sez=doc&IdT=4&id_doc=25&lang=1), la risposta di IBM (http://www.sco.com/ibmlawsuit/ibm_response_to_sco-group_complaint_on_april30_2003.pdf) e il resto dei documenti, sulle pagine (http://www.sco.com/ibmlawsuit/) che Caldera ha dedicato al processo.

Ma per valutare come stiano effettivamente le cose – e capire quanto discutibili siano le affermazioni di Caldera – credo sia necessario ripercorrere, seppur brevemente, la storia di – o, meglio, degli – Unix liberi(può essere utile la eccellente timeline preparata da Eric Levenez all’indirizzo http://www.levenez.com/unix/).

 

Le origini

Come è noto, la nascita di Unix è legata al fallimento del progetto Multics[i] (dal quale il nuovo sistema operativo avrebbe preso – per contrappasso – il nome) al quale Ken Thompson era stato assegnato. A dispetto di alcune concezioni molto innovative Multics si trasformò presto in un mastodonte inutilizzabile[ii], e i tentativi di commercializzarlo naufragarono miseramente; al management non restava che prendere atto della cosa e cercare di salvare il salvabile. Fu a questo punto che Thompson abbandonò il progetto Multics per dedicarsi – su un vecchio PDP-7 – a sperimentare alcuni di quei concetti insieme ad altri di “produzione propria”.

Più o meno contemporaneamente Dennis Ritchie[iii] creò lo strumento ideale per dare corpo alle idee di Thompson: il linguaggio C.

A prescindere dalle eccellenti caratteristiche di Unix e del C (onore al talento di di Thompson e Ritchie) la clamorosa intuizione dei due hacker dei Bell Labs fu che la potenza di calcolo dei computer allora in commercio era oramai sufficiente a gestire un sistema operativo scritto in un linguaggio interpretato.

Con il C e con Unix le cose cambiano radicalmente: dato che il sistema operativo è scritto in un linguaggio interpretato, spostarlo da una macchina all’altra non crea grossi problemi[iv].

Il successo del nuovo sistema operativo fu enorme. Pur non essendo ufficialmente supportato, si diffuse pervasivamente prima all’interno della AT&T e poi fra le università (sempre loro!) fino a creare – grazie al protocollo di rete UUCP, incorporato nel sistema – Usenet. C’è un pezzo di storia che ritengo essenziale da comprendere: –  spiega  Victor Vyssotsky[v] –  "quando UNIX si diffuse all’interno dei Bell Laboratories, non fu per via di un preciso progetto del management. Ciò accadde, invece, attraverso il passaparola della necessità e dei contatti tecnici…. Questo è il modo caratteristico in cui tutto ciò è accaduto… il successo di Unix era dovuto al fatto che venne usato, modificato e maneggiato in un enorme numero di reparti all’interno dei Bell Laboratories…[vi]

Ma lo sviluppo di Unix non fu soltanto merito dei Bell Labs, dato che vi furono coinvolte praticamente da subito anche le università americane[vii]. I cui dipartimenti di informatica (o Computer Science, come si chiama dalle loro parti) apprezzarono da subito che questo sistema operativo potesse “girare” su macchine, come i DEC PDP-11, relativamente poco costose.  Oltre al fatto che – al di là delle pregevoli caratteristiche tecniche  – non era necessario pagare il software, fornito con i sorgenti[viii].

Un altro “efetto collaterale” della diffusione di Unix (e soprattutto dei suoi sorgenti) fu quello di elevare l’informatica al “rango” di Scienza. Le facoltà potevano contemporaneamente usare Unix e farne oggetto di insegnamento agli studenti… (Unix) offriva una potente e nitida interfaccia utente, insiema a strumenti che incoraggiavano lo sviluppo del software. L’essere scritto in C rendeva il codice della applicazioni pubblicamente analizzabile, trasportando gli esempi dei libri di testo nella vita reale[ix].

In questo modo, “oggetti” come i sistemi operativi, fino ad allora considerati proprietà di un ristretto gruppo di iniziati, perdettero l’alone di esoterismo che li circondava rendendo possibile  ad una sola persona diventare un vero esperto dell’intero sistema. Il sorgente Unix della Edition 6 conteneva meno di10.000 linee, il che la candidava ad essere il primo sistema operativa realmente accessibile.[x]

 

La battaglia legale con AT&T

Inevitabilmente (1984), la crescente diffusione di Unix  non poteva continuare senza che il management della AT&T (fino ad allora piuttosto disinteressato a quella “estrosità tecnologica”) non cominciasse a pensare di avere sotto le mani un “prodotto” da commercializzare. Fu così che Unix venne “messo a listino” con l’ovvia conseguenza che l’uso dei sorgenti – fino ad allora gratutito o quasi – diventasse soggetto al pagamento di royalty. Anche per quelle università che avevano contribuito fortemente alla “stabilizzazione” del software. Fra queste spicca l’università di Berkeley, che nel frattempo aveva creato, dandole il proprio nome (Unix BSD) una vera e propria versione alternativa al sistema operativa di AT&T, fra le cui caratteristiche di punta spiccava il supporto nativo per il TCP/IP[xi]. Lo Unix di Berkeley si diffuse talmente tanto da mettere in serio pericolo i piani commerciali della compagnia telefonica che a questo punto prese la decisione di “sbarazzarsi” del fastidioso concorrente. E lo fece (1992) nel modo più classicamente americano: promuovendo un’azione giudiziaria basata sul fatto che lo Unix di Berkeley utilizzava in parte anche codice di proprietà della AT&T. La cosa non imbarazzo più di tanto il gruppo di BSD che risolse alla base il problema, prima distribuendo una versione del sistema operativo “alleggerito” dei file incriminati e poi riscrivendo in proprio le parti mancanti. Fu così che (almeno uno) Unix rimase libero. Più o meno contemporaneamente, si diffondono altre varianti proprietarie del sistema operativo, che ciascun produttore di computer (HP-Unix, IBM-AIX, Sun-Solaris) aveva adattato al prorpio hardware e che tuttora sono in commercio.

La nascita dei free-UNIX

Ma grazie all’aumento delle pontenze di calcolo dei personal computer fu possibile “esportare” UNIX anche su macchine meno costose e potenti di quelle tradizionalmente dedicate a questo sistema operativo. Risale infatti al 1991 – oltre alla versione 0.01 di Linux – il porting quasi completo dello Unix Berkeley NET/2 sulla piattaforma i386 che prese il nome di 386BSD 0.0. Questa versione non era ancora stabile, tanto che fu seguita quasi subito dalla successiva 386 BSD 0.1, che però non migliorava più di tanto la situazione. Quel che è peggio, è che la successiva evoluzione di 386 BSD venne rinviata a data da destinarsi, tanto da spingere il vasto parco di utenti a dare inizio ad progetti alternativi, sempre basati sul lavoro dell’università di Berkeley. Nel 1993 la famiglia dei free-Unix acquista nuovi componenti: FreeBSD che si dedicò alle architetture Ibm-PC e oggi allo sviluppo del sistema operativo per le piattaforme x86; NetBSD, che ha realizzato porting del sistema operativo su svariate piattaforme. E infine Open BSD il cui tratto caratterizzante è l’attenzione alla sicurezza e all’applicazione concreta di sistemi crittografici.

Licensing e proprietà intellettuale

Fra i vari aspetti interessanti di questi free-Unix meritano di essere evidenziate, per quello che ci interessa, la filosofia e le strategie di sviluppo.

Tutti mantengono la caratteristica di base dell’augusto progenitore: libertà di duplicazione e modifica dei sorgenti che erano e sono tutt’ora disponibili; lo sviluppo di ciascun software è coordinato da un team che adotta un’organizzazione del lavoro abbastanza verticistica, nel senso che le modifche o le nuove release del sistema operativo essere vagliate dai responsabili del progetto prima di essere diffuse. In questo modo si garantiscono stabilità e affidabilità del sistema.

Sempre a partire dal 1991 comincia la vertiginosa ascesa di quello che nel giro di pochi anni sarebbe diventato il “fenomeno” GNU/Linux. E che è diventatato tale non grazie all’aiuto delle multinazionali dell’informatica, ma allo sforzo congiunto di un numero impressionante di sviluppatori. In altri termini, solo dopo che Linux ha dimostrato “sul campo” di essere un sistema operativo vero e proprio, sono arrivati i grandi sponsor che ne hanno sicuramente incrementato diffusione e commercializzazione.

Conclusioni

E’ evidente, quindi, che la tesi sostenuta da Caldera secondo la quale senza IBM Linux non sarebbe mai decollato è semplicemente falsa.

Così come non si regge l’affermazione relativa alla possibile violazione dei diritti di proprietà intellettuale di chicchessia. La storia dei free-UNIX dimostra l’esistenza di un “filo rosso” che lega le prime versioni a quelle attualmente in distribuzione. Versioni che sono tutte caratterizzate da un modello di licensing che, seppur con differenti articolazioni, consente il libero accesso ai sorgenti. E a questo punto la domanda sorge spontanea: visto che i sorgenti di Linux sono liberamente disponibili, come mai nessuno si è preso la briga di andare a vedere se al loro interno c’era qualcosa di strano o illegale?

Se nemmeno soggetti ben più motivati e potenti di Caldera, come Microsoft o la Motion Picture Association ci sono riusciti, è difficile che gli acquirenti del marchio SCO possano sperare di trovare qualcosa.

 



[i] Il progetto Multics (1956-1958) coinvolgeva la General Electric, la AT&T e il MIT

[ii] Dennis Ritchie The Development of the C Language ACM,  relazione presentanta alla

Second History of Programming Languages conference, Cambridge, Massachussets, Aprile

1993, p. 1

[iii] http://www.bell-labs.com/history/unix/ritchiebio.html

[iv] Scrive Eric Raymond (op.cit. p.15):” A prescindere dalla portabilità, Unix e C hanno altri importanti punti di forza. Entrambi sono concepiti sul concetto del “falla semplice, sciocco!”. Un programmatore potrebbe facilmente tenere a mente l’intera struttura  logica del C… invece di dover continuamente fare riferimento ad un manuale, e Unix è strutturato come un insieme di semplici programmi progettati per interagire utilmente e comodamente”.  Queste frasi dimostrano quanta distanza ci sia fra un hacker e un essere umano. Sicuramente, per “uno di loro” Unix e C devono apparire come dei modelli di semplicità, ma qualsiasi comune mortale non sarebbe esattamente d’accordo. D’altra parte, quando Linux ha cominciato a diffondersi su larga sala, uno dei fattori di freno che è stato necessario rimuovere il più velocemente possibile (e ancora si deve lavorare sul punto) è proprio la scarsa “amichevolezza” dell’ambiente.

[v] Victor Vyssotsky è stato uno dei responsabili del Progetto Multics e successivamente capo della Information Systems Division degli AT&T Bell Labs

[vi] Putting Unix in Perspective un’intervista di Ned Pierce a Victor Vyssotsky, in Unix Review,

gennaio 1985 p.62-64

[vii] Alcuni pensano che il coinvolgimento delle università avesse anche un obiettivo meno “nobile”, cioè quello di accelerare i tempi di sviluppo e debugging.

[viii] Il che consentiva anche la possibilità di adattare il sistema alle esigenze più particolari. Vedi John Stoneback The Collegiate Community  in Unix Review, ottobre 1985 p. 27

[ix] ibidem

[x] An Interview with John Lions  in Unix Review, ottobre 1985 p. 51

[xi] Il che non è certo un caso, visto che l’Università di Berkeley era attivamente coinvolta nella creazione di quella che sarebbe diventata l’internet.

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