Ai tempi dell’università, nell’esame di filofia del diritto, ci hanno insegnato che l’etica è distinta dal diritto. Di etica si parla – passatemi il gioco di parole – in Parlamento, dove le diverse visioni del mondo “incarnate” dai partiti si confrontano sul “giusto” e sullo “sbagliato” in termini, appunto, di convinzioni individiali (nel senso di portato ideologico dell’area di appartenenza), mentre una volta che la mediazione è raggiunta, questa è cristallizzata nel testo di una norma. Ne consegue che la norma non è “etica” nel senso di “buona” o “cattiva” ma solo corretta o non corretta in termini logici (lo so, gli anti-kelseniani sono già sul piede di guerra).
Si capisce, dunque, che nessuno può essere costretto a “essere buono” per legge, ma solo a subire le conseguenze di una libera scelta. Ecco perché la 231 è viziata alla base: confonde due ambiti (l’etico e il giuridico) che, almeno nelle aule di studio, erano ben differenziati.
Possibly Related Posts:
- La sentenza della Corte UE su Youtube. Niente di nuovo sotto il sole, ma c’è un problema
- Non fascismo, ma nichilismo. Cosa racconta davvero Citizen Vigilante
- Sanzioni UE, libertà online e sovranità penale
- La Corte suprema USA può rimettere in discussione lo scambio di dati con i Paesi UE
- La crisi fra Italia e USA riporta al centro del dibattito l’autonomia tecnologica
