La fine della guerra dei prezzi e l’erosione della concorrenza anticipano una nuova fase per il potere digitale. E i consumatori restano senza alternative di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato da Repubblica-Italian Tech
Il rincaro dei costi delle connessioni fisse e mobili annunciato per il 2026 offre diversi spunti di riflessione su come le strategie di marketing degli operatori abbiano tratto vantaggio dalla dipendenza (quasi) patologica delle persone dall’ossessione del vivere “sempre connessi”.
L’aspetto giuridico
In termini strettamente legali, i gestori telefonici hanno ovviamente il diritto di cambiare prezzi e servizi come ritengono più opportuno (sempre che non facciano “cartello” —cioè che non si mettano d’accordo, di nascosto, per danneggiare gli utenti). Quando questo accade in modo unilaterale —senza cioè che il cliente possa avere voce in capitolo— si può recedere dal contratto e passare a un altro operatore, fino al prossimo giro di giostra, quando cioè arriverà l’ennesima variazione di tariffe e condizioni di servizio che spingerà il cliente a cercare un’altra offerta più vantaggiosa o meno penalizzante.
Certo, questo non accade necessariamente, perché ci sono contratti che offrono tariffe “per sempre” o che garantiscono “sconti quantità” in rapporto al numero di linee richieste e quindi si dovrebbero riesumare le numerose pagine scritte in corpo 6 firmate frettolosamente in un punto vendita per capire esattamente se, e in che termini, gli aumenti riguardano il singolo utente. In bocca al lupo.
Perché è finita la guerra dei prezzi
A prescindere, tuttavia, dalle ragioni più o meno fondate che hanno causato gli aumenti —inflazione, costo dell’energia e via discorrendo— il punto che merita attenzione è quello da più parti sollevato rispetto al “nuovo corso” delle tariffe: la fine della guerra dei prezzi.
La competizione sul prezzo è indice di un mercato volatile, fatto di utenti pronti a cambiare gestore per un pugno di dati in più o per qualche centesimo in meno, a fronte di un prodotto —o meglio di un servizio — sostanzialmente uguale quantomeno dal punto di vista di chi ne fruisce. Questo, con buona pace dei tentativi di differenziare le singole offerte con proposte di accesso privilegiato a social network o contenuti “premium” che non hanno dati risultati particolarmente brillanti.
Ora, evidentemente, le analisi di mercato dei gestori devono avere concluso che l’utenza è sufficientemente “matura” —o meglio condizionata— ad accettare prezzi più alti pur di continuare ad ottenere il proprio certificato di esistenza in vita nella forma di like e visualizzazioni mentre si trascorre la vita davanti a un piccolo schermo —non (più) quello della TV ma quello dello smartphone.
Tariffe flat e capitalismo della solitudine
Questa forma di capitalizzazione della solitudine è stata inizialmente appannaggio delle piattaforme di social networking e di quelle di content-sharing, il cui modello di business richiedeva e richiede ancora oggi che gli utenti interagiscano con la realtà tramite un monitor, anche quando basterebbe semplicemente guardarsi intorno o parlare direttamente con qualcuno.
Al crescere della spinta all’utilizzo dei social network e dei servizi basati sul traffico dati, gli operatori si sono resi conto che la tariffazione consumo avrebbe generato costi insostenibili e quindi sono passati a quella “flat” e a basso costo, una scelta che —a lungo termine— si è dimostrata difficile da sostenere in un mercato la cui clientela ha uno scarso livello di fedeltà.
L’impatto del mercato unico europeo delle telecomunicazioni
A questo scenario si dovrebbero aggiungere gli effetti delle politiche UE, che da tempo mirano a creare un mercato unico delle telecomunicazioni. A questo proposito, si avvicina il momento della verità con l’annunciato regolamento digital network il cui effetto dovrebbe essere quello di aggregare i grandi operatori, limitando tuttavia la possibilità per quelli (relativamente) medio piccoli di competere sul mercato.
Il ruolo della finanziarizzazione di Big Tech
Infine, non va sottovalutata la finanziarizzazione estrema del comparto digitale che sottopone capitalizzazioni, investimenti e rendimenti alle oscillazioni (più o meno) imprevedibili del mercato. I gestori europei —e italiani— subiscono, senza avere una reale possibilità di intervento le conseguenze delle decisioni assunte oltreoceano in termini di nuovi prodotti e servizi e quindi sono costretti all’eterna rincorsa. Inseguono il presente, invece di determinare il futuro.
Il prezzo di voler rimanere “sempre connessi”
Da queste premesse, tornando al punto, è abbastanza chiaro che gli aumenti delle tariffe e la fine della guerra dei prezzi come leva di marketing non sono soltanto una conseguenza delle congiunture economico politiche del momento, ma segnano una netta discontinuità del passato.
Nel grande Risiko tecnopolitico dei servizi digitali la merce più preziosa è rappresentata dal parco clienti e la perdita di ruolo del prezzo come leva di acquisizione e conservazione fa sorgere un interrogativo preoccupante: cosa siamo disposti a concedere, individualmente, collettivamente e come Paese, ogni volta che una misura di qualsiasi tipo è giustificata con la necessità di “restare connessi”?
Se, dunque, il prezzo della connessione diventa il prezzo della permanenza nel mondo, ciò che paghiamo non è solo una fattura, ma il desiderio spasmodico di non sparire.
Costi quello che costi.
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