Se leggere un manuale diventa un reato: perché la caccia ai “libri proibiti” minaccia la democrazia

Dall’indagine sui minori neonazisti al nodo giuridico: detenere informazioni critiche può essere prova di un reato? Il nodo è nel passaggio dal pensiero all’azione – di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su Italian Tech-La Repubblica

The Anarchist Cookbook, CIA explosive sabotage, Home Expedient Firearms, Home workshop prototype firearms, Black Book Companion: State-of-the-Art improvised munitions, Strategia del colpo di stato, Istruzioni per la realizzazione del Tapt.  Questi sono i “libri proibiti” che, si legge a pagina 2 del quotidiano locale Il Centro del 1 aprile 2026, sono stati sequestrati nell’ambito dell’indagine su un gruppo di minori organizzatisi in un gruppo di ispirazione neonazista, uno dei cui partecipanti stava pianificando un assalto al liceo artistico Misticoni di Pescara.

Un aspetto collaterale, ma non per questo meno importante, di questa vicenda è il ritorno del “su internet insegnano a fare le bombe”, un mantra che risale addirittura ai tempi dei BBS —i bulletin board system che costituirono la base culturale e tecnica sulla quale sarebbe poi stata costruita “la Rete”— che i media hanno puntualmente riproposto dopo avere preso contezza di quanto sequestrato e del modo in cui gli indagati hanno reperito le informazioni.

Il pericolo del libero accesso alle informazioni

Nel fascicolo processuale ci saranno sicuramente altri elementi a sostegno dell’accusa, ma se dobbiamo considerare quanto diffuso dai media, ebbene allora dovremmo chiederci perché sarebbe prova di un reato detenere contenuti che si possono acquistare senza problemi in qualsiasi libreria. Si, perché il libro sugli esplosivi della CIA è un documento ufficiale declassificato, quelli sulle armi da fuoco sono stati pubblicati da Paladin Press il controverso editore americano che cessò le attività nel 2018, mentre il libro sulla strategia del colpo di Stato potrebbe essere quello scritto nel 1968, con lo stesso titolo, da Edward Lutwak.

Dunque, perché dovrebbe essere prova di un intento criminale leggere un concretissimo libro come Der totale Widerstand quello pubblicato nel 1957 da un ufficiale dell’esercito svizzero con l’obiettivo di addestrare i cittadini alla resistenza in caso di invasione sovietica? Cosa metterebbe “fuori legge” Cryptonite, il libro scritto nel 1998 da un collettivo unito nel nome di Joe Lametta, che spiegava concretamente (fornendo anche i software) come usare la crittografia per opporsi al controllo e limitazione delle libertà individuali?

Il pericolo del libero accesso alla conoscenza

Inoltre, viste le competenze che si possono acquisire in determinati corsi di studio, non ci vorrebbe un’autorizzazione del ministero dell’interno o della difesa per diplomarsi come perito meccanico o elettronico, o laurearsi in ingegneria, fisica, medicina, chimica e farmacologia? E già che siamo in tema di competenze pratiche, a che titolo è consentita la pratica di discipline come il Kali filippino (che insegna l’uso letale dei coltelli) o il softair (che si pratica studiando tattiche e strategie di guerriglia anche urbana e mettendole in pratica indossando addirittura abbigliamenti militari e utilizzando repliche fedelissime di armi da guerra anche se solo ad aria compressa)? E siamo certi che insegnare a chiunque metodi di pronto soccorso sia cosa buona e giusta, considerando che queste conoscenze potrebbero tornare utili agli autori di aggressioni e attentati?

Questa lunga progressione è chiaramente provocatoria e volutamente paradossale ma evidenzia con una certa chiarezza le conseguenze del considerare in sé le informazioni o le competenze come qualcosa di intrinsecamente pericoloso e dunque da vietare.

I limiti ai limiti del sapere

Al netto del merito dell’indagine, come è evidente questa vicenda pone, ancora una volta, il tema dei “limiti ai limiti” alla libertà di manifestazione del pensiero quando riguarda la circolazione di informazioni che possono essere utilizzate per anche fini illeciti.

Negli USA, la circolazione di manuali pratici sull’uso delle armi, delle tecniche di sopravvivenza e di altri argomenti “estremi” è tradizionalmente protetta dal “primo emendamento”, l’articolo della Costituzione che garantisce la libertà di espressione. Tuttavia, nel 1997, proprio un libro pubblicato da Paladin Press stabilì un precedente giuridico importante che aiuta a capire quando diffondere informazioni non può più essere considerata un’attività protetta dalla Costituzione.

Nel caso Rice v. Paladin Enterprises la Court of Appeals for the Fourth Circuit stabilì che Hit Man: A Technical Manual for Independent Contractors non era tutelato dal Primo Emendamento e dunque ritenne l’editore corresponsabile di un triplice omicidio commesso da un soggetto che aveva “imparato il mestiere” proprio grazie al libro. Il motivo principale della condanna —e dunque il discrimine fra ciò che è lecito pubblicare anche se critico o disturbante, e cosa no— fu la considerazione che Hitman non diffondeva informazioni, ma era un guida passo-passo per diventare assassini a pagamento —cioè per commettere un reato. Poco importò ai giudici che in realtà il libro fosse stato scritto attingendo a romanzi di azione e film perché a contare (negativamente) erano la finalità dell’autore e l’effettiva capacità del suo lavoro di trasferire capacità concrete per commettere atti illeciti.

Cosa accadrebbe imprigionando le informazioni

In prima battuta, questo criterio potrebbe apparire ragionevole, ma se così fosse allora dovremmo chiederci, per esempio, cosa accadrebbe applicandolo a videogiochi iperrealistici come quelli usati da Anders Breivik —il cui nome sarebbe, peraltro, emerso nelle indagini come “ispiratore”— per addestrarsi alla commissione della strage di Utoya. La creazione di uno scenario quasi indistinguibile dalla realtà, nel quale muoversi e agire utilizzando metodi e armi che a un civile non sono consentiti è ancora considerabile “soltanto un gioco”? E che dire della pubblicazione da parte dei media di informazioni disponibili ma non comunemente note, per esempio, su quali attività di interesse militare e strategico vengono svolte in determinati siti? Questo non rischia di far venire in mente “cattivi pensieri” a qualche lupo solitario o a gruppi organizzati che vogliono, magari, bloccare treni o colpire siti produttivi?

Il tema è estremamente delicato perché non è facile fissare un limite fra “libertà di pensiero” da un lato e istigazione a delinquere, apologia di reato, attentati e radicalizzazione dall’altro, ma bisogna far attenzione a non invocare restrizioni generali in nome di casi particolari, per quanto seri.

Non serve una legge, ma senso di responsabilità individuale

Dall’altro lato, però, non si può ignorare che nel corso del tempo la diffusione di informazioni senza alcun discernimento è diventata un’attività molto meno nobile, in grado di creare disordine sia a livello sistemico sia a livello individuale, nonostante le possibili “buone intenzioni”. Non c’è una differenza sostanziale fra il manuale per i killer pubblicato da Paladin Press e piattaforme che trovano attivamente vulnerabilità di sistemi rendendole disponibili agli esperti di sicurezza ma anche a chi fa un altro “lavoro”. Allo stesso modo, non c’è una differenza sostanziale fra l’esploso (il progetto tecnico) che consente di imparare come è fatta un’arma da fuoco fino al minimo dettaglio e quelle piattaforme (anche di AI) che consentono di scrivere exploit e malware pronti all’uso.

Dunque, non serve una (ennesima) legge per “vietare” la circolazione delle informazioni ma rifarsi a un principio che risale ai tempi di Ulpiano e che rappresenta un cardine del nostro diritto penale: cogitationis poenam nemo patitur. Nessuno può essere punito per avere delle idee, avvertiva il giurista romano, ma capire quando il pensiero è sul punto di diventare azione punibile spetta alla magistratura, non al legislatore. Qualsiasi soluzione diversa diventerebbe troppo facilmente uno strumento per ridurre al silenzio il pensiero critico e legittimare, surrettiziamente, un controllo preventivo e generalizzato sulla circolazione della conoscenza.

Information want to be free era la rivendicazione utopistica degli hacker della prima ora. Oggi, information want to be free diventa il baluardo per la protezione della democrazia.

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