La trasformazione dei conflitti contemporanei sta legittimando l’introduzione di strumenti di controllo di massa anche in assenza di una guerra formalmente dichiarata, ridefinendo il rapporto tra sicurezza e libertà nelle democrazie occidentali di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato da Italian Tech-La Repubblica
L’insistenza di Anthropic sul rifiuto di mettere a disposizione dei militari la propria AI per gestire programmi di sorveglianza di massa (dei soli cittadini americani) e il ruolo di Palantir come aggregatore di dati che arrivano da qualsiasi —qualsiasi— fonte sono due facce della stessa, disturbante medaglia. Quella che da entrambi i lati mostra il volto minaccioso di un controllo preventivo, indiscriminato e capillare da parte dello Stato sulla vita e sul pensiero di ciascuna persona.
La sorveglianza di massa in guerra e pace
In “tempo di pace” nessuna democrazia degna di questo nome potrebbe permettersi di realizzare schedature di massa di questa portata, né permettere che lo possano fare dei soggetti privati. Persino il testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, ancora in vigore, vietava e ancora vieta ai soggetti non autorizzati dal prefetto la creazione di dossier individuali e archivi, altre norme successive nel limitano contenuti e utilizzo, e il controllo della magistratura fa sì che (almeno sulla carta) di questi dati non si possa abusare.
In “tempo di guerra”, tuttavia, la necessità di sopravvivenza di un Paese aggredito o la volontà di prevalere a tutti costi di un Paese aggressore alterano la gerarchia dei fini e impongono il ricorso a strumenti di controllo che altrimenti non sarebbero tollerabili e che persino nel mezzo di un conflitto suscitano, eufemisticamente, “perplessità”. Questo vale, in modo particolare, per i rastrellamenti di cittadini stranieri e di quelli naturalizzati provenienti da Paesi belligeranti, come quelli autorizzati dal presidente Roosevelt durante la seconda guerra mondiale. Emanato il 19 febbraio 1942, l’Executive Order 9066 dispose l’internamento di cittadini nippo-americani per ragioni di sicurezza nazionale a prescindere dall’esistenza di prove della loro pericolosità, e una sorte analoga spettò anche a cittadini di origine tedesca e italiana in forza della Proclamation 2527.
La logica di scelte del genere è quella solitamente invocata quando di stretta di sicurezza nazionale, basata sul “meglio prevenire”. Dunque, in assenza di sistemi di controllo sistematico e diffuso come, per esempio, quelli applicati nella russia zarista dalla Okhrana, la polizia politica, il rastrellamento sistematico di soggetti potenzialmente pericolosi appariva come una scelta inevitabile.
Dai giochi di parole …
Avanziamo velocemente il nastro della storia e arriviamo ai giorni nostri. Da tempo, (quasi) nessuno più “fa la guerra” nel senso giuridico del termine, con tanto di dichiarazione consegnata nelle mani dell’ambasciatore del Paese (ora) nemico, ma tanti si impegnano in operazioni variamente qualificate in termini di “polizia internazionale” o “specialità”, a volte su mandato di organismi internazionali, altre volte sulla base di decisioni sostanzialmente unilaterali.
Questa scelta formale ha delle implicazioni sostanziali perché uno Stato che non è in guerra non può (o meglio, non potrebbe) avvalersi di poteri eccezionali che, appunto, sono esercitabili solo in casi estremi. Eppure, è quello che sta accadendo. Non siamo arrivati ai rastrellamenti degli stranieri residenti in USA, ma siamo già, per espressa ammissione delle strutture di comando delle forze armate statunitensi, alla sorveglianza generalizzata, giova ripeterlo, di chiunque non sia cittadino statunitense e dunque non tutelato dalle garanzie costituzionali. In altri termini, si è creata una condizione per la quale si possono applicare “misure di guerra” anche se la guerra non è giuridicamente qualificabile come tale.
… alla perdita dei diritti
Questo è stato possibile grazie anche allo sdoganamento del concetto di “guerra ibrida”, di quello della “guerra cibernetica” e dell’ambiguità della nozione di “sicurezza nazionale” invocata senza alcuna differenziazione in contesti criminali, terroristici e, appunto, militari.
In nome di questi artifici retorici, gli stessi che consentono di chiamare “danni collaterali” i civili massacrati durante i combattimenti, la guerra non dichiarata viene camuffata da “lotta al terrorismo”, “State sponsored-threat” o, ancora, da “resilienza cibernetica”. Tuttavia, quale che sia il nome che vogliamo dare a questa rosa, tuttavia, il profumo rimane lo stesso ed è quello —fuor di metafora— dello sdoganamento della sorveglianza di massa per necessità militari, come unico modo per prevenire azioni ostili sul territorio.
Il risultato concreto di questo cambio strategico verso la prevenzione anche per finalità belliche (non necessariamente solo difensive) è l’attribuzione in tempo di pace al comparto militare di poteri straordinari che, per lo meno in Italia, non sarebbero concepibili nemmeno se conferiti alla magistratura, pur già dotata di estese capacità di controllo tecnologico.
Le conseguenze per i cittadini della UE
Se l’approccio alla sorveglianza tecnologica sviluppato dagli USA si consolidasse anche nella UE, un primo segnale è quello della discussione sul client side scanning, questo potrebbe rendere aggirabili quelle limitazioni dei trattati che non le consentono di occuparsi di difesa e sicurezza. Questo, con una aggravante e una conseguenza.
L’aggravante, per la UE, è quella di dover inevitabilmente fare ricorso a strumenti e tecnologie sulle quali non si può esercitare nessun controllo.
La conseguenza è quella di rendere facilmente disponibili ai principali attori del comparto tecnologico e ai loro committenti governativi anche dati e informazioni su di noi che, diversamente, costoro avrebbero dovuto quantomeno faticare per procurarsi.
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