La Danimarca ha cambiato radicalmente idea sulla scuola digitale

Dopo un decennio di insegnamento con tablet e smartphone, Copenhagen ci ripensa: non è per forza un bene e non è il modo migliore di insegnare l’innovazione e il futuro. Troppi rischi di educare i ragazzi alla solitudine, pochi benefici di Andrea Monti – Inizialmente pubblicato su Italian Tech – La Repubblica

Dopo avere iniziato ad usare la didattica informatizzata dal 2011, già dal 2024 la Danimarca aveva iniziato a fare macchina indietro, ma quella che prima era un’iniziativa assunta individualmente da alcune scuole ora diventa un progetto strutturale. Tornano dunque in classe libri, quaderni, penne, matite e gomme per cancellare.

Il nuovo-vecchio sistema didattico, dunque, utilizzerà i computer soltanto sotto il controllo dei docenti e per compiti specifici, mentre —analogamente a quanto deciso dall’Australia— la fruizione dei social network sarà vietata ai minori di quindici anni e, manco a dirlo, niente smartphone in classe.

I danni della didattica al computer

La scelta danese non è frutto di un luddismo di ritorno, ma è basata sull’esperienza sul campo condotta nell’ultimo decennio. Sommando il tempo trascorso a scuola davanti a un computer a quello richiesto dai compiti e poi a quello impiegato nel tempo libero non è difficile capire che per la maggior parte del tempo un adolescente ha come interlocutore un schermo e non un essere umano.

Dunque, l’osservazione degli studenti da parte dei docenti ha accresciuto la preoccupazione per il troppo tempo trascorso dagli adolescenti davanti a uno schermo, cosa che è stata associata a isolamento, distrazione e bassi rendimenti scolastici. Per non parlare, poi, dell’impatto negativo dell’uso di piattaforme sulla salute mentale degli adolescenti, rilevato di recente anche dal Joint Research Centre della Commissione Europea.

Viene così meno uno dei luoghi comuni più diffusi nel mondo della scuola, e cioè che il “digitale” avrebbe rivoluzionato la didattica, consentendo di migliorare la qualità della formazione e offrendo opportunità di apprendimento che i sistemi tradizionali non potevano minimamente garantire.

Didattica, computer e solitudine di gruppo

Una rondine non fa primavera, si dirà, e anche se così fosse, non è detto che la decisione danese sia corretta. Per sostenerla, infatti, servirebbero dati, evidenze e dimostrazioni. Tuttavia, anche senza voler cercare i dati —che pure ci sono— chiunque abbia mai partecipato a una lezione informatizzata in presenza ha per forza dovuto sperimentare la “solitudine di gruppo”, cioè quella paradossale condizione di trovarsi insieme ad altre persone ma, realmente, solo con il proprio schermo. Per non parlare di quello che accade nella didattica online dove ciascuno, docente compreso, è ulteriormente isolato nella propria stanza, in un progressivo distacco dalla realtà e dai gruppi sociali ai quali apparteniamo. Basterebbe solo questo a spiegare il perché della svolta a U danese.

Perché insegnare con il computer può essere un problema

Sarebbe abbastanza complesso analizzare il perché le cose hanno preso una piega diversa da quella immaginata e perché, in realtà, non sono tablet e lavagne elettroniche né tantomeno “classi virtuali” o ebook con DRM a garantire un formazione efficace.

Sta di fatto, che finalmente qualcuno si è accorto che interporre sistematicamente un computer fra il docente e lo studente non è per forza l’unico modo di insegnare —e non certo il migliore.

Il significato della scelta danese

Dunque, il messaggio che arriva dalla Danimarca non è quello di demonizzare la tecnologia nella didattica e di esorcizzarla in nome dei “vecchi tempi”, quanto piuttosto, quello di utilizzare gli strumenti (informatici) invece di esserne utilizzati, rifiutando la logica binaria del “tutto o niente”.

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